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PETE, ROGER E LA STORIA

Pubblicato il 11 dicembre 2018

Quando a Michael Chang chiesero di parlare del punto debole di Pete Sampras, l’americano di origine asiatica rispose con una frase che sarebbe entrata nei libri di storia del tennis: “Non sa cucinare”. In effetti non era l’unico, a pensare al rivale come a una specie di macchina senza difetti. Nel circuito degli Anni 90, ‘Pistol Pete’ era visto come qualcosa in più di una leggenda, ben prima dello Slam numero 14, l’ultimo di una carriera da tanti descritta come inimitabile, fino all’avvento di Federer, Nadal e Djokovic. Non aveva un carisma straordinario (eufemismo) fuori dal campo, ma una volta dentro al terreno di gioco, malgrado quella lingua penzoloni poco fotogenica, sprigionava un’energia che solo il talento di pochi eletti sa emanare. Un tennis ‘all court’ ma fortemente votato all’attacco: quello che le condizioni dell’epoca, tra campi e palline, permettevano di esaltare.

TABÙ ROLAND GARROS

Il rimpianto di Pete, che poi vero rimpianto non è, rimane la terra battuta. Il Roland Garros, almeno, che lo ha sempre respinto in maniera netta. Una semifinale e tre quarti, per uno come lui, sono da considerare una bocciatura totale. Ma quando ancora la terra era terra, ossia dedicata a chi aveva più fondo e un po’ meno tennis, non era nemmeno così strano, così eclatante, vedere il migliore dell’epoca deragliare alla prima scivolata. Quel tempo era fatto di settori ben distinti, di attaccanti e difensori, di erba vera a Wimbledon (dove Sampras vinse sette volte in otto anni), di cemento rapido il giusto e di mattone tritato destinato ai rematori. L’uniformità che poi avrebbe preso il sopravvento, avvicinando le diversità in nome dello spettacolo, era ancora ben lontana dall’orizzonte. In quel quadro, i rivali del campione, numero 1 del mondo per sei anni di fila dal 1993 al 1998, si chiamavano Agassi, Courier, Becker, Edberg, Ivanisevic, Chang, Kafelnikov, Muster. E con ognuno di loro, il Re di origini greche aveva un bilancio in attivo.

LA SFIDA DELLE SFIDE

Poi un giorno, dall’altra parte della rete si presentò un ragazzetto dall’aria sfacciata, tale Roger Federer. È il 2001, siamo negli ottavi di finale di Wimbledon, il ragazzetto non ha ancora 20 anni ma sa il fatto suo. Tanto che al Roland Garros, poche settimane prima, aveva già raggiunto i quarti. È a tutti gli effetti un passaggio di consegne, uno dei più straordinari, sotto il profilo dell’efficacia comunicativa, che sia capitato di vedere nel mondo dello sport. Sampras non vuole abdicare ma l’età che avanza, gli acciacchi e le motivazioni in calo non gli permettono di essere la migliore versione di se stesso. Ne esce comunque un match da ricordare, per tanti motivi. Roger prende sempre più coraggio, di fronte a quello che considera il suo riferimento, il suo punto di arrivo. Vola avanti per due set a uno, perde il quarto, ma nel quinto riesce a chiudere al dodicesimo game, dando una svolta alla sua carriera e cominciando a riscrivere la storia. Poco importa che al turno successivo arrivi Tim Henman a fermarlo. Ormai lo svizzero è lanciato e quel trofeo sarebbe finito nelle sue mani solo due anni dopo, nel 2003, primo dei 20 Major.

IL CANTO DEL CIGNO

Sampras, per contro, avrebbe vissuto ancora due momenti straordinari, quando già mezzo mondo lo dava per prossimo al ritiro e incapace di lasciare altri segni. Sempre in quel 2001, agli Us Open, arrivò in finale battendo Rafter, Agassi (in quattro tie-break da mandare agli annali) e Safin, prima di arrendersi a Lleyton Hewitt. L’anno successivo, sugli stessi campi di Flushing Meadows, si prese l’ultima standing ovation trionfando proprio su Agassi in quattro set. Poi appese la racchetta al chiodo, senza amarezza e senza rimpianti. Tornando solo per qualche esibizione, ma senza davvero rimanere ancorato a quel mondo che gli aveva dato tutto, e che lui aveva ringraziato proponendo uno spettacolo inarrivabile per chiunque. Tranne per quel ragazzetto dall’aria vivace di nome Roger.