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A UN PASSO DAL CIELO

Pubblicato il 19 novembre 2018

Un’ipotesi di sorriso dev’essere sfuggita pure a Ivan Lendl, seduto in tribuna come sempre imperturbabile. Il suo pupillo Alexander ‘Sascha’ Zverev compie una delle imprese della stagione e mette a segno senza dubbio il colpo più importante della carriera, al termine di un’annata con troppi alti e bassi. Il 21enne di Amburgo trionfa nelle ATP Finals a dispetto di tutti i pronostici che davano il suo avversario, Novak Djokovic, nettamente favorito. Anche in virtù del precedente giocato nel girone e dominato dal serbo per 6-4 6-1. Stavolta, invece, Nole è apparso la brutta copia di se stesso: poco incisivo, un po’ nervoso, in preda a errori non forzati che non ricordava da almeno sei mesi. Ma questo non toglie nulla ai meriti del tedesco di origini russe, che stavolta è apparso – forse è il caso di dire finalmente – all’altezza delle aspettative che si erano riposte su di lui già da due anni a questa parte. È finita 6-4 6-3, una partita decisa tra la fine del primo parziale e l’inizio del secondo, con tre break consecutivi ai danni del numero 1 del mondo, a rendere evidente la sua difficoltà in una giornata da dimenticare.

LA PARTITA PERFETTA

Zverev, per contro, ha fatto esattamente ciò che doveva, per cercare di vivere un match alla pari di fronte a un rivale che teoricamente poteva avere un margine di vantaggio in ogni settore: ha attaccato appena ne ha avuto la chance, non solo andando a rete, ma prendendosi dei grandi rischi da fondo campo. Rischi quasi sempre ben ripagati da vincenti che hanno lasciato il pubblico a bocca aperta. Quello stesso pubblico con cui il giorno prima, complice la presenza di Roger Federer dall’altra parte della rete, Sascha aveva avuto qualche problema. Stavolta i problemi sono stati tutti per Djokovic, che si è trovato di fronte un rivale senza nessuna paura, capace pure di difendere alla perfezione quando il serbo ha tentato di sorprenderlo. In questo senso, è emblematico il match-point, un passante di rovescio in corsa, quasi in spaccata, che ha ricordato proprio l’attuale numero 1 del mondo nei giorni migliori.

E ORA GLI SLAM

Del resto che ci sia una qualche sovrapposizione, sotto il profilo tecnico, tra Zverev e Djokovic, non è un mistero. Alexander ammira Federer ma somiglia decisamente di più a Novak, che dovrebbe prendere a esempio per la capacità di dare il meglio nei momenti importanti (non in questa partita, ma in carriera). Perché – detto che Sascha di veri difetti non ne ha – la sua futura leadership e la possibilità di arrivare in fondo anche nei tornei dello Slam passeranno proprio da questo. Da una crescita mentale che vada di pari passo con quella tecnica. Il ragazzino non ha certo paura, non gli difetta la faccia tosta (dentro e fuori dal campo), ma il suo braccio troppe volte è diventato il più classico dei ‘braccini’ del tennista in vista di un grande traguardo. A Londra, O2 Arena, forse Sascha ha capito cosa fare per levarsi di dosso questa scomoda etichetta di perdente di successo. Finirà l’anno, per la seconda volta consecutiva, al numero 4 della classifica ATP. E mentre fino a una settimana fa quelli che lo precedono parevano di un altro pianeta, ora festeggia un titolo che lo porta molto più vicino ai tre marziani. Due dei quali, sotto i suoi colpi, sono caduti nel giro di un paio di giorni. L’ultima sfida, forse la più difficile per la sua indole, sarà quella di conquistare il pubblico. Che però a ben vedere, dei vincenti, si innamora più facilmente.