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DJOKOVIC IN POLE POSITION

Pubblicato il 12 novembre 2018

Dopo che Milano l’innovativa ci ha aperto una finestra sul futuro, Londra la tradizionalista ci fa rituffare nel presente. Come di consueto i migliori 8 dell’anno, con Novak Djokovic e Roger Federer in testa (e senza Nadal), si dividono in due gironi da 4 ‘intitolati’ a due grandi del passato. Quest’anno i prescelti sono Guga Kuerten e Lleyton Hewitt. Una decisione non casuale: i due sono i giocatori che si sono divisi gli ultimi 3 titoli del Master di fine anno (all’inizio del Duemila ancora si chiamava così…) prima del duopolio targato Roger e Nole, che a loro volta si sono spartiti 11 delle ultime 15 edizioni. Il serbo, in particolare, è lo stragrande favorito visto il finale di stagione mostrato al mondo. Il suo grande ritorno è retrodatabile nella vittoria sul verde di Wimbledon. Prima, in giugno, gironzolava attorno al n.20 Atp, ben fuori dalle zone alte della Race to London. Da lì è partita una rincorsa quasi incredibile verso il numero 1.

 

Djokovic, 5 volte al top

Un traguardo che nessuno, interrogato nei primi 6 mesi del 2018, avrebbe saputo pronosticare. Non Marjan Vaida, rientrato nel team di Novak Djokovic a inizio stagione e chiamato a raccogliere i cocci di mesi di dubbi e insicurezze dentro e fuori dal campo. Il suo lavoro di ristrutturazione è andato talmente bene da garantirgli il premio di fine stagione, assegnato direttamente dall’Atp, di miglior coach della stagione. Ma forse forse, a ben guardare, di tornare lassù in cima così in fretta non avrebbe pensato nemmeno Djokovic in persona. E invece ce l’ha fatta, chiudendo l’anno per la quinta volta in carriera più in alto di tutti. Raggiunto Federer (e Connors) in questa speciale statistica (davanti a tutti c’è solo Pete Sampras a quota 6), adesso Nole prova ad acchiappare lo svizzero anche in quanto ad Atp Finals vinte. Roger è lì a quota 6, un solo titolo più su.

 

Nole punta all’aggancio

Se proprio ci fosse da scommettere, questo sembrerebbe l’anno giusto per tentare l’aggancio. Eppure quella semifinale di Parigi lontana soltanto una settimana abbondante lascia intendere che le distanze tra i due non sono abissali, almeno sul singolo match o sul singolo torneo. Basta il passo falso contro Nishikori nel match di domenica sera per dire che sarà Federer la parte debole della rivalità? No, perché una sconfitta con questa formula non vuol dire eliminazione e perché l’esordiente Kevin Anderson e il titubante Dominic Thiem, sconfitto proprio dal sudafricano nel match inaugurale, sono avversari che Roger può sfruttare per rimettersi in carreggiata. Il k.o. in avvio, è chiaro, non dà fiducia: ma un signore di 37 anni con 99 titoli Atp nello zaino, ha spalle abbastanza larghe da sopportare la pressione tipica di chi sa di non avere più seconde chance.

 

Zverev, Cilic e gli altri

La sfida resta a due, dunque. Ma gli altri non staranno a guardare. Non i nuovi arrivi a Londra, quelli che si sono qualificati per la prima volta, John Isner e Kevin Anderson appunto. Né Alexander Zverev, smanioso di diventare grande in fretta, o Marin Cilic, cui un solo titolo Slam e una finale cominciano ad andare stretti. Tutto ciò premesso, però, si può continuare a credere serenamente che la sfida ai bordi del Tamigi resterà una questione a due. Con Djokovic in pole position. E Roger in seconda fila, frenato alla prima curva da Nishikori. Ma lui a Londra ha vinto oltre il 10% delle sue coppe (otto Wimbledon e due delle 6 Atp Finals). Rispedirlo anzitempo in metropolitana, direzione casa, non è facile per nessuno.