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LA BATTAGLIA DI CAROLINE

Pubblicato il 26 ottobre 2018

Artrite reumatoide. Queste due parole terribili fanno irruzione nel bel mezzo delle Wta Finals di Singapore, spostando l’attenzione dal tennis giocato alla sfera privata di una tra le ragazze più forti del mondo. A rendere pubblica la diagnosi che, prima degli Us Open, le ha cambiato la vita, è Caroline Wozniacki, la 28enne danese che fino all’altroieri sembrava l’icona della salute e della bella gioventù. Attuale numero 3 della classifica, ex numero 1, vincitrice quest’anno in Australia del suo primo Slam, ‘Caro’ ha deciso – una volta conclusa l’esperienza asiatica dopo la sconfitta contro Elina Svitolina – di svelare ciò che era accaduto un paio di mesi prima. Quella sentenza dei medici che è arrivata come un fulmine a ciel sereno.

LO SHOCK DELLA NOTIZIA

All’inizio – ha spiegato – è stato uno shock, perché nella mia testa pensavo di essere la giocatrice più in forma del Tour, o almeno tra le migliori. Poi ti capita di dover fare i conti con questo verdetto, ed è qualcosa di spiazzante”. Ma cosa è esattamente questa malattia? Quali sono le conseguenze? Si tratta di una malattia infiammatoria cronica autoimmune che colpisce le articolazioni. È lo stesso sistema immunitario, che di norma difende l’organismo dalle aggressioni esterne, ad attaccare i tessuti sani, non riconoscendoli come tali. La conseguenza è la graduale distruzione della cartilagine, ma il processo proliferativo nei casi più gravi arriva a toccare le ossa e gli altri tessuti circostanti: da qui la condizione di invalidità sviluppata da chi ne soffre da tempo. Una malattia per cui non esiste una cura definitiva, ma che oggi può essere tenuta a bada per migliorare sensibilmente la vita di chi ne soffre. Ma che è difficilmente compatibile con la vita di uno sportivo.

METTERE ORDINE E RIPARTIRE

Spesso – continua Caroline – mi sento stanca al risveglio, quasi incapace di alzarmi ed essere pronta per gli allenamenti della giornata. Altre volte, invece, mi sento perfettamente in forma, come se il problema non esistesse. Mi sono detta che devo restare positiva. Devo cercare di ascoltare il mio corpo e capire quello che mi sta suggerendo di fare. Così mi hanno detto i medici a cui mi sono rivolta, nei quali ho grande fiducia. Non ho rivelato prima questa diagnosi perché non volevo dare a nessuno la sensazione di non stare bene, di essere diversa da ciò che si pensava. Ma adesso la stagione è terminata, posso concentrarmi sui trattamenti da fare, posso fare ordine nella mia testa e ripartire. So che la medicina in questo settore ha fatto grandi passi avanti, so che ci sono persone che convivono serenamente con questo problema, che riescono a bloccarne la progressione. Io sono fiduciosa e voglio essere ottimista”.

L’IMPRESA DI PECHINO

In tutto ciò, la danese è stata in grado di giocare comunque ad altissimo livello nell’ultima parte dell’anno, nonostante questo fardello – fisico e mentale – da portare con sé. Ha vinto il Premier di Pechino, dominando le avversarie. E pure a Singapore, pur dovendosi arrendere alle rivali, non ha affatto sfigurato. Adesso la sua carriera è a un bivio, e di risposte certe non ce ne sono. Sarà lei stessa a dover capire come gestire la sua vita sportiva e questa malattia che potrà essere una presenza costante nelle sue giornate. “Sono molto orgogliosa – ha detto ai giornalisti – di come ho reagito, e sono pronta a combattere. Spero di poter essere un esempio per quelle persone nel mondo che lottano ogni giorno contro questo problema”. In bocca al lupo, ‘Caro’.