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INDIAN EXPRESS

Pubblicato il 27 settembre 2018

Tra l’Italia e la fase finale della nuova Coppa Davis, nel primo turno del 2019, ci sarà l’ostacolo India. E gli azzurri faranno bene a non sottovalutare un team che ha una tradizione importante e che vive i tornei a squadre come qualcosa di ben più significativo di una vicenda sportiva. Un team che peraltro avrà il vantaggio di giocare in casa, probabilmente sull’erba. Superficie che esalta le caratteristiche tecniche degli indiani e potrebbe creare seri problemi agli ospiti. Soprattutto se, come prevedibile, sarà un’erba rapida e dunque lontana da quella che si trova oggi nel circuito. Si possono avere opinioni discordanti sulla validità della formula della competizione studiata da Itf e Kosmos, e sulla fase finale a 18 squadre che andrà in scena presumibilmente a Madrid. Ma non c’è dubbio che sarebbe un peccato non esserci. Perché, comunque vada, si sta aprendo una nuova era del tennis internazionale, e non comparire tra le 18 più forti al mondo non rappresenterebbe certo la fotografia reale di un movimento tricolore che nell’ultimo anno ha fatto progressi inattesi.

TRE FINALI DI DAVIS

La tradizione indiana affonda le sue radici già negli anni Venti del secolo scorso, quando Sydney Jacob, poi naturalizzato inglese, si fece notare fuori dai confini nazionali raggiungendo i quarti di finale a Wimbledon e addirittura le semifinali al Roland Garros, sempre nel 1925. Una tradizione che si sarebbe poi riaccesa negli anni Settanta e Ottanta, con una serie di ottimi giocatori tra cui i fratelli Amritraj (Vijay, che avrebbe raggiunto il numero 16 del ranking mondiale, e Anand), Singh, Menon e Krishnan. Un gruppo che riuscì a centrare risultati di prestigio nei tornei, ma che ottenne le sue vittorie più eclatanti proprio in Davis. Dopo una prima finale raggiunta in precedenza nel 1966, l’occasione più ghiotta per portare a casa l’Insalatiera arrivò nel 1974, ma in quel caso l’ultimo atto non si giocò mai, perché gli indiani si rifiutarono di scendere in campo nel Sudafrica dell’apartheid. Nel 1987 la terza finale, che coincise con la sconfitta per 5-0 in Svezia contro Wilander e compagni. Rimase, quella sconfitta nel match decisivo, l’ultima perla di una formazione che cambiò la storia sportiva del secondo Paese più popolato del pianeta.

UNA SQUADRA CHE VALE DOPPIO

In tempi recenti, gli indiani si sono confermati straordinari doppisti. E su tutti, a svettare c’è il nome di Leander Paes. Un talento capace di vincere 18 titoli Slam tra doppio maschile e misto, di arrivare a essere numero 1 al mondo nel ranking di specialità e di rimanere ancora oggi, a 45 anni, perfettamente competitivo con i migliori del circuito. Accanto a lui negli anni si sono affiancati oltre cento (ebbene sì, cento) giocatori diversi, tra cui alcuni connazionali. Il più significativo dei quali fu Mahesh Bhupathi, altro numero 1 nel ranking Atp di doppio. Una coppia che è entrata nella leggenda dello sport indiano ma che ha pure vissuto momenti non proprio facili, con uno scontro acceso che ha portato allo scioglimento di quello che era conosciuto come ‘Indian Express’. Oggi il numero 1 del Paese è Yuki Bhambri, ex promessa che finora si è dovuto accontentare di una carriera onesta ma non entusiasmante, con un best ranking fissato al numero 83. Dietro di lui, Ramkumar Ramanathan, capace quest’anno di raggiungere la finale sull’erba di Newport (persa contro Steve Johnson). E poi ancora Prajnesh Gunneswaran e Sumit Nagal, quest’ultimo il più giovane del gruppo con i suoi 21 anni. Oltre ai doppisti Bopanna e Sharan. Campioni non ce ne sono, buoni giocatori sì. E difendere i colori della Nazionale, in casa, darà loro una spinta importante. Ecco perché Fognini, Berrettini e compagni dovranno affrontare questa trasferta, di ritorno dall’Australia, come si affronta una partita vera, dura, complessa. Senza dare nulla per scontato.