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BERRETTINI NO LIMITS

Pubblicato il 30 luglio 2018

Dietro alla crescita sorprendente di Matteo Berrettini c’è lui, Vincenzo Santopadre. Romano di 46 anni, mancino, ex numero 100 Atp (ma il suo talento avrebbe meritato qualcosa in più), ha preso il più grande dei fratelli Berrettini sotto la sua ala otto anni fa, e da quel momento ha cominciato un percorso che ha trovato un suo primo riscontro importante con il titolo conquistato a Gstaad. “Una sensazione splendida – spiega il coach – anche se io l’ho vissuta davanti alla televisione. Sapevamo di essere sulla strada giusta, ma questo successo ha sorpreso un po’ anche noi che lo seguiamo ogni giorno. Io per natura non mi metto mai limiti né aspettative, ed ero ben consapevole che quando vinci una partita a livello ATP, ne puoi mettere insieme anche cinque di fila. Poi però, per passare ai fatti, ci vuole una grande prestazione, quella che Matteo ha mostrato in Svizzera.”

IN UN ANNO, DAI CHALLENGER AL TITOLO DI GSTAAD

Sulle Alpi elvetiche, Matteo ha vinto il torneo, il primo della sua vita nel circuito maggiore, senza cedere un set, senza cedere il servizio e senza lasciare nemmeno una palla break al rivale nell’ultimo atto, quel Bautista Agut (numero 17 al mondo) che partiva con i favori del pronostico. “Matteo ha sempre dato segnali di crescita, lungo tutto il percorso. Ma è chiaro, ciò che sta ottenendo adesso fa più notizia. Io ricordo che esattamente un anno fa vinceva il suo primo Challenger, mentre oggi si è già messo in tasca il primo ATP. Che per come stava giocando, non fosse arrivato a Gstaad, sarebbe stato comunque vicino: era solo questione di tempo. Anche se ad onor del vero va detto che le condizioni di gioco in Svizzera gli piacciono particolarmente: in altura, su terra, ha tempo per spostarsi ma sa incidere con i suoi colpi migliori.”

MIX TRA RAZIONALITÀ E ISTINTO

Ciò che sorprende, più ancora di un tennis moderno ed efficace, è la solidità mentale del 22enne romano, che dopo il singolare ha vinto pure il doppio insieme a Daniele Bracciali: “Quello che serviva – continua l’allenatore – era una dose superiore di pazienza, doveva darsi tempo. Quando sali così in fretta in classifica, hai bisogno di assestarti e questo non è sempre facile, tutt’altro. Lui è molto razionale, e in questo frangente la sua razionalità poteva avere un effetto contrario, ma è stato bravo a gestire il momento e a lasciare spazio all’istinto.” Matteo, altra qualità fondamentale, sa come si vince. Anche quando il match è complicato o quando l’avversario ha più esperienza: “È portato di natura, ma ci abbiamo pure lavorato tantissimo. Io dico sempre una frase che spiega un concetto chiave: ‘sa giocare la partita’. Perché saper giocare bene a tennis e saper giocare la partita sono due cose totalmente diverse. In questa vittoria contro Bautista Agut, ma così pure nei giorni precedenti, gli ho visto fare tante scelte da giocatore maturo.”

LA SUA SUPERFICIE MIGLIORE? IL CEMENTO

Un rapporto, quello tra allievo e coach, che è anche un’amicizia cementata negli anni. “Andare d’accordo è fondamentale: passiamo più tempo insieme io e lui, piuttosto che io con i miei figli o lui con la sua fidanzata. Se non avessi lui come allievo, non farei il lavoro che faccio. Perché con un altro giocatore avrei senz’altro incontrato più difficoltà.” Ma dove può arrivare, questo Berrettini? E come si colloca in un periodo così florido per il tennis italiano? “Il fatto che non sia il solo a fare risultati di alto livello di sicuro lo aiuta, perché l’attenzione degli appassionati è divisa tra più giocatori, le pressioni esterne sono inferiori. Inoltre vedere Cecchinato, con cui ha giocato alla pari, fare semifinale in uno Slam, è un modo per prendere coscienza del suo potenziale. A me sembra un giocatore ancora in formazione, dunque con tanti margini di progresso in tutte le situazioni: deve andare più spesso a rete, può essere più incisivo sia al servizio che alla risposta. Mentre i progressi più evidenti li ha fatti nel rovescio e negli spostamenti. Giocherà bene anche sul cemento, che in prospettiva potrebbe essere la sua superficie migliore. Obiettivi di classifica? Meglio non mettere limiti. Se dico 40 ATP e poi vince un altro torneo, che facciamo, smettiamo di allenarci?.”