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LA RINCORSA DI MATTEO

Pubblicato il 26 luglio 2018

Non ci sono soltanto Fabio Fognini e Marco Cecchinato. Il tennis italiano maschile sta vivendo uno dei periodi più interessanti della sua storia, senza dubbio il più ricco di promesse, mantenute o da mantenere, negli ultimi 40 anni. E in questo momento così florido si inserisce pure un ragazzo romano di 22 anni che fino a poche stagioni fa non era tra i più attesi del panorama tricolore, e che invece oggi si è ritagliato un ruolo di primo piano nel futuro del tennis azzurro. Matteo Berrettini è abituato a tenere un profilo basso, come gli hanno insegnato fin da bambino. Ma è ormai naturale pensare a lui come al prospetto più interessante per le zone alte del ranking. Perché Matteo ha un tennis completo, senza punti deboli evidenti. E in più si porta in dote due qualità fondamentali, un fisico da atleta moderno e una testa da campione in divenire.

IL PRIMO QUARTO A GSTAAD

Se la settimana scorsa a Bastad il primo quarto di finale in carriera nel circuito Atp era sfumato di fronte allo svizzero Laaksonen in un match giocato decisamente sotto i suoi standard, stavolta – siamo a Gstaad – il muro degli ottavi è finalmente crollato, sotto il peso dei colpi pesanti del più grande dei fratelli Berrettini (il minore, Jacopo, ha 19 anni ed è un altro da tenere d’occhio). Il torneo svizzero appare perfetto per mettere in luce le sue caratteristiche: si gioca sulla terra, che è ancora la superficie che Matteo conosce meglio. Ma allo stesso tempo in altura, dunque con condizioni di gioco più rapide rispetto agli altri eventi sul rosso. Per questo i suoi colpi migliori, servizio e diritto, sono valorizzati ulteriormente, come è apparso evidente dal duplice 6-3 con cui il romano ha messo in un angolo Andrey Rublev, non proprio l’ultimo arrivato, anche se il russo non è al top della condizione.

LE EMOZIONI DA GESTIRE

Potrebbe non essere finita qui, perché adesso nei quarti c’è Feliciano Lopez, il mancino spagnolo che ama attaccare, ma che è ormai nella fase discendente della sua lunga carriera. E che già contro lo spagnolo Roca Batalla ha palesato non poche difficoltà. Quella con il 36enne di Toledo è una sfida alla portata, per Berrettini, che dovrà superare le incognite legate al tennis anomalo del rivale (mai affrontato in precedenza) e magari a un po’ di tensione, inevitabile quando ci si può giocare la prima semifinale della carriera. Ma si tratta di emozioni che – da qui in avanti – Matteo dovrà imparare a gestire. A proposito di emozioni, il talento allenato da Vincenzo Santopadre ha già dimostrato di poterle amministrare con una certa autorevolezza. Basta pensare all’ultimo Wimbledon: sotto due set a zero contro l’americano Jack Sock, ex top 10, ha rimontato punto su punto fino a spuntarla al quinto. Un segnale forte, perché arrivato nel più prestigioso dei tornei, dove l’ansia è avversario da gestire per chiunque, grandi compresi.

LOW PROFILE, MA GRANDE PERSONALITÀ

Berrettini fa ben sperare, al di là dei risultati che ormai stanno arrivando con una rassicurante continuità, prima di tutto per il suo atteggiamento. Abbiamo in casa un giocatore che potrebbe rappresentare un esempio per tutti, partendo dal modo in cui è cresciuto, senza un’eccessiva pressione nel periodo giovanile, quando spesso si cercano risultati che contano poco o nulla al momento di approcciare il mondo dei pro. Proseguendo poi con il suo carattere, pronto alla lotta ma ben lontano dalle manie di protagonismo che colgono tanti coetanei ai primi successi di peso. Il suo basso profilo non è indice di scarsa personalità, semmai è vero il contrario. È vero che ci troviamo di fronte a un atleta completo, che ha tutto per sfondare, pur con i suoi ritmi. Che magari non saranno quelli di un fenomeno, ma sono quelli di un professionista affidabile che saprà esplorare fino in fondo i propri limiti.