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NUMERI IRRAZIONALI

Pubblicato il 23 aprile 2018

Uno così, capace di dominare in questa maniera, non si è mai visto nemmeno in altri sport. Da quando tutto è cominciato, era il 2005, sono passate 13 stagioni e Rafael Nadal al contatto con la terra pare avere l’energia di un ragazzino. Anche se gli anni ormai sono 31, come i titoli Masters 1000 vinti in carriera, uno in più di Novak Djokovic, che condivideva la leadership in questa speciale classifica fino alla finale di Monte-Carlo. Proprio lì sui campi di Roquebrune, dove Rafa ha centrato il titolo numero 11, si è spalancata una nuova pagina di storia del tennis. Che peraltro potrebbe, anzi dovrebbe, non restare isolata. Perché adesso c’è Barcellona, poi arriverà Parigi, e in entrambi i casi l’obiettivo è solo uno: vincere di nuovo e dunque approdare all’undicesima pure lì. In mezzo, Madrid e Roma, altri due appuntamenti dove il maiorchino sarà in cima alla lista dei favoriti.

Nessuno prima di lui era mai arrivato a dieci trionfi nel circuito in un solo torneo. Lui sta sbriciolando questo primato, come altri che lo pongono nettamente davanti a tutti quando si parla di terra battuta. Per esempio il numero di vittorie complessive: una percentuale mostruosa del 91,9 per cento, frutto di 396 successi su 431 match disputati. Ben davanti all’Orso Borg, che ad oggi conta 145 vittorie meno di lui. Rafa è sempre numero 1 del mondo, ma quei 100 punti di margine su Federer lo terranno teoricamente sotto pressione a ogni torneo, considerato che da qui al Roland Garros avrà tutto da perdere. In pratica, però, la vicenda assume una connotazione diversa. Perché il maiorchino ha tenuto a precisare più volte che in fondo il primato in classifica non è un obiettivo tanto importante, arrivati a questo punto. È solo una logica conseguenza di ciò che accade in campo.

In questa seconda (o terza?) parte della carriera nadaliana, assume un significato rilevante anche il suo nuovo staff. Non c’è più al suo angolo zio Toni, che lo ha forgiato e lo ha issato in cima al mondo. Ma l’amico Carlos Moya sta continuando sulla stessa strada, riuscendo a cogliere il meglio dalle qualità del suo protetto. Del resto c’era da attenderselo, perché Carlos per Rafa è sempre stato un esempio, e il rapporto tra i due era già solido da tempo. Il fatto che si sia concretizzato in una collaborazione tecnica è stato quasi un approdo naturale. Moya è persona discreta, come Toni e forse di più, e per questo è perfetto nel suo ruolo: poche parole, tanto lavoro, come è abitudine dalle parti di Maiorca.

Per il resto della stagione sul rosso, si fatica a capire cosa potrà cambiare in questo copione, tanto più che l’unico in grado di competere quanto a talento e carisma – Roger Federer – si è fatto da parte per un po’. Monte-Carlo, in questo senso, è stato piuttosto emblematico. Chi doveva provare a dargli fastidio, ossia Thiem ma pure Dimitrov, si è fermato dopo pochi game di rabbia e frustrazione. Altri che avrebbero potuto creargli qualche grattacapo, come Alexander Zverev, alla sfida con Rafa non ci sono nemmeno arrivati. Mentre c’è tutta una serie di giocatori, da Cilic in giù, che sulla terra si trova con le armi spuntate. E allora chi potrebbe essere a mettergli i bastoni fra le ruote? Probabilmente nessuno, anche se un paio di nomi emergono dal gruppo come ipotesi più o meno fantasiose. Il primo è Novak Djokovic, che pare sulla strada del recupero ma è ancora molto lontano da una condizione accettabile per vincere un titolo che conta. Il secondo è Juan Martin Del Potro, che giocherà a Madrid, Roma e Parigi, ma che fisicamente non è uscito così bene dallo splendido inizio di stagione, che gli ha portato in dote le vittorie ad Acapulco e Indian Wells e la semifinale a Miami.