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IL CORAGGIO DI OSARE

Pubblicato il 3 novembre 2017

Non avrà il prestigio delle Atp Finals di Londra, ma è l'evento che sta destando più curiosità nel mondo del tennis da molto tempo a questa parte. È il momento delle Next Gen Atp Finals, e Milano diventa per una settimana la città dei campioni del futuro. Non solo: diventa la città del tennis proiettato al di là delle tradizioni, dei muri posti dai conservatori, dello sport che non ha il coraggio di cambiare se stesso. Stavolta si cambia eccome, si sperimenta. Si cerca di capire cosa può funzionare e cosa no, in un futuro che un po' è già presente. Un futuro dove sul campo non ci sono giudici di linea, dove i set terminano al quattro e non al sei, dove il let sul servizio non conta e il coaching è consentito, oppure dove un orologio a bordo campo scandisce i tempi tra un punto e l'altro. 

Esibizione? Forse, ma con un montepremi che va oltre il milione di dollari. E allora nessuno, degli otto che andranno in campo, finirà per prenderla poco sul serio. Anzi. Si giocherà per vincere, mentre dagli spalti e dalla tv la gente si potrà fare una prima idea di quello che varrebbe la pena tenere e quello che invece non funziona. In teoria tutto è pensato per fare più spettacolo, per aumentare la suspense. Perché con i set ai quattro game (ma al meglio dei 3 su 5), fin dall'inizio non saranno ammesse distrazioni, e ci sarà pochissimo tempo per recuperare terreno. Perché i tempi morti saranno ridotti al minimo, fin dal palleggio preliminare. 

Poi però, al di là delle regole, servono i giocatori per fare spettacolo. E allora sarà facile attendersi uno show tennistico di prima grandezza da un tipo frizzante come Shapovalov, o da uno che tira a mille qualsiasi palla passi dalle sue parti, come Rublev. Sarà meno facile pretenderlo da ragazzi come Coric e Chung, che hanno fatto della solidità la loro arma principale. A metà strada ci sono Khachanov, Donaldson e Medvedev, che sono un po' una via di mezzo: non entusiasmano come i primi due, ma non sono affatto identificabili come muri difensivi. Spicca la presenza di tre russi, che fanno sperare i loro connazionali di poter trovare un nuovo Safin o un nuovo Kafelnikov. Ma quello su cui tutti i grandi hanno già puntato forte è il canadese Shapovalov, nato a Tel Aviv, in Israele, da genitori (guarda un po') russi: un mix di influenze ben evidenziato dal suo gioco senza punti di riferimento, tanto per se stesso quanto per gli avversari.

Ci sarà un italiano, che uscirà dal torneo di qualificazione ad hoc, ma non ci sarà Alexander Zverev (presente solo per un'esibizione contro Tsitsipas), che però ha un alibi di ferro essendosi qualificato per le Atp Finals di Londra come numero 3 della Race. Un risultato che a uno così giovane mancava da tempo, e che nessuno avrà pensato al momento di stilare le regole definitive per l'evento di Milano. Altrimenti sarebbe stato facile prevedere per il tedesco la (logica) priorità alla prova londinese e la conseguente impossibilità a iscriversi al torneo della settimana precedente. È un'assenza che a Milano si sentirà di meno, grazie al fatto che – per una volta – l'attenzione principale sarà sull'evento invece che sui giocatori. Non fosse altro che siamo all'esordio, e che la curiosità principale di pubblico e addetti ai lavori sarà tutta su un concentrato di novità che fino a ieri era difficile persino immaginare. Next Gen, nel corso di quest'anno, è diventato un marchio che va oltre i nomi di Rublev e soci. E sarà nella sua natura rinnovare a ogni edizione i protagonisti. Next Gen sarà probabilmente una sorta di centro di ricerca, di sperimentazione. Ma sarà soprattutto, di sicuro, un momento di svolta.