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STUDIARE DA STAN

Pubblicato il 3 giugno 2017

Nel presentare il match di terzo turno del Roland Garros tra Stan Wawrinka e Fabio Fognini, qualcuno si è lasciato trasportare (e tradire) dall'entusiasmo per il neopapà Fabio, per le sue chance di andare avanti in un torneo che lo aveva già visto nei quarti di finale nel 2011. In tutto questo, però, ci si è dimenticati che Stan, lo Slam del Bois de Boulogne lo ha addirittura vinto nel 2015, arrivando in semifinale pure dodici mesi fa. Non solo. Ci si è dimenticati che l'elvetico è ormai colui che, più di ogni altro nel circuito maschile, ha un solo chiaro obiettivo durante la stagione: i quattro Major. Tutto il resto gli scorre via più o meno come fosse acqua fresca: se arriva il risultato, meglio, altrimenti nessun dramma. Un po' come fanno i ciclisti che preparano per sei mesi il Giro d'Italia o il Tour de France, usando le altre corse come tappe di avvicinamento.

Se a tutto questo aggiungiamo pure che l'azzurro ha accusato un piccolo problema fisico nel corso del secondo set, tanto da dover chiedere un medical time out, ecco spiegato il tre set a zero che ha condannato il ligure a tornare a casa, dalla neomamma Flavia e dal piccolo Federico, lasciando il Roland Garros senza giocatori italiani in singolare. Visto dalla parte di Fognini, questo incontro termina con un po' di amaro in bocca per un primo set che poteva finire nelle sue tasche: tre occasioni per chiudere il parziale non sono bastate, mentre dal tie-break in poi la fiducia è calata a livelli talmente bassi da non permettergli di restare in partita. Le gambe hanno cominciato a girare meno, i colpi vincenti si sono tramutati in errori gratuiti, il viso sconsolato diceva più di mille statistiche. Fino a quando, a terzo set compromesso, un microfono a bordo campo ha colto una frase che era una sentenza: “Mi sono fermato al 6-5 e al diritto a metà campo”.

È andata davvero così, perché probabilmente anche Fognini ha avuto la stessa impressione del pubblico che stava assistendo al match: con una montagna talmente alta da scalare, perdere il set d'apertura in quel modo è stato come ripartire con una zavorra di un quintale sulle spalle. Stan Wawrinka sta tornando a essere quello splendido giocatore capace di vincere uno Slam all'anno nelle ultime tre stagioni, capace di battere tutti i migliori del mondo e capace di prendersi un suo spazio importante uscendo dall'ombra ingombrante dell'amico Roger Federer. Stan ha due fondamentali talmente pesanti che, quando è in giornata, fanno male a chiunque. Non teme paragoni in questo, l'elvetico, e con gli anni ha sviluppato una pazienza – virtù sconosciuta da giovane – che adesso gli permette di attendere sempre il momento giusto per indirizzare lo scambio, il set, la partita. Lasciando le sue amnesie a quei tornei che valgono un po' meno.

Certo si potrebbe obiettare che per vincere un match come questo si debba portare a casa tre set, non uno solo. E che dunque non ha senso mollare la presa dopo un parziale, seppur perso in quella maniera. Non ha senso, ma si può comprendere, tanto che è accaduto pure a Juan Martin Del Potro contro Andy Murray, nello stesso turno. Solo che l'argentino ha ceduto per 6-0 il terzo, dopo aver perso due set per un soffio e aver lasciato alla terra parigina ogni goccia della sua energia. Per fare un altro salto di qualità, Fabio avrebbe bisogno di perdonare se stesso quando non riesce a concludere come vorrebbe. Avrebbe bisogno di sopportare la perdita di un set, senza pensare che quella era l'unica strada per vincere la partita. Avrebbe bisogno di prendere spunto da uno come Stan 'The Man', che in fondo fino a qualche tempo fa aveva qualcosa di molto simile ai suoi difetti. Ma che piano piano li ha saputi limare fino a diventare inscalfibile, impermeabile alle delusioni. Almeno all'apparenza.