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UN FIORE NEL CEMENTO

Pubblicato il 30 marzo 2017

Fabio Fognini è destinato a dividere il pubblico tra chi lo ama e chi lo odia. Perennemente senza mezze misure. Ma poi a mettere nero su bianco le sue qualità ci sono i risultati. Era già – grazie al best ranking di numero 13 Atp – il migliore italiano dai tempi di Panatta e Barazzutti. Da ieri, grazie alla semifinale raggiunta a Miami, può pure vantare di essere il primo azzurro ad aver raggiunto questo traguardo in un Masters 1000 sul cemento. Un dato che evidenzia quanto il tennis tricolore sia sempre stato legato alla terra battuta, ma che denota anche la capacità di Fognini di saper produrre il suo gioco – nei momenti di grazia – in ogni contesto. Ad aiutarlo, stavolta, c'è stata la buona sorte, che si è presentata sotto forma di un Kei Nishikori acciaccato, ben lontano dal campione che qui raggiunse la finale solo lo scorso anno. Ma Fognini si è fatto trovare pronto e non ha sprecato nulla, andando prendersi un match con Nadal che, considerati i precedenti, non è così scontato per lo spagnolo.

L'Italia sul cemento, in passato, non ha ricordi così piacevoli. Solo sporadiche gioie molto passeggere. Come quelle di inizio anni Novanta, quando Omar Camporese e Cristiano Caratti aprirono una bella stagione azzurra con alcuni risultati che non eravamo abituati a raccogliere fuori dalla terra battuta, meno ancora fuori dall'Europa. In Australia nel 1991, Camporese andò a un passo dal battere Boris Becker, prima di cedere per 14-12 al quinto set in un terzo turno che fu il momento più difficile per il futuro vincitore del torneo e futuro numero 1 al mondo. Nello stesso anno esplose il piemontese Caratti: quarti agli Australian Open (sconfitto con rimpianti al quinto set da Patrick McEnroe, fratello di John), quarti a Memphis, quarti a Miami, che allora si chiamava Lipton. Un filotto che lo portò fino al numero 26 del mondo, apice di una carriera straordinaria per uno con le sue caratteristiche. Sempre in Florida, ma nel 1992, tra i primi otto ci arrivò Diego Nargiso, che nel percorso fece fuori Korda e Krickstein, per poi finire la benzina dopo un tie-break vinto contro Courier. Andando avanti nel tempo, Andrea Gaudenzi, lui sì terraiolo doc, si prese un momento di gloria sui campi di New York quando riuscì a battere proprio Jim Courier: era il 1994 ed era il secondo turno, ma in quello successivo il faentino fu fermato da un tedesco qualsiasi: Joern Renzenbrink.

Uno che sul cemento ci ha costruito una carriera è Davide Sanguinetti, lo spezzino ora al fianco di Ryan Harrison nel ruolo di coach. Ma nei gradi tornei, l'unico acuto è stato quello del 2005: ottavi agli Us Open dopo aver superato Carlos Moya e Paradorn Srichaphan. Infine arriviamo ad Andreas Seppi, l'azzurro che per caratteristiche tecniche più si adatta al veloce. Ebbene, malgrado questo, e malgrado le splendide prestazioni agli Australian Open (tre ottavi di finale, con tanto di vittoria su Re Federer), l'altoatesino non ha mai davvero brillato nei Masters 1000 fuori dalla terra, dove non è mai riuscito ad arrivare ai quarti. Ecco perché la semifinale di Fognini rappresenta una notizia: non è il valore del giocatore, che ormai si conosce, né tantomeno il valore complessivo del torneo, dove già in partenza mancavano i due migliori al mondo. È semplicemente il valore del risultato in rapporto alla nostra storia.