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DOCTOR FABIO & MISTER FOGNINI

Pubblicato il 14 marzo 2017

Qual è il vero Fognini? Quello capace di battere Tsonga giocando a livelli da top 10, o quello sconfitto da Cuevas dopo aver regalato un set? La domanda se la pongono tanti appassionati italiani che nel ligure avevano riposto le loro speranze di trovare un azzurro in lotta per i tornei che contano. Ma, semplicemente, si tratta di una domanda (pienamente legittima) destinata a rimanere senza risposta. O meglio, la risposta è che il vero Fognini è questo, capace di volare tanto in alto nelle giornate buone, così come di scendere tanto in basso in quelle cattive. Perennemente alla caccia di un equilibrio che è giusto continuare a cercare, ma che potrebbe pure non arrivare mai. Così Fabio si carica in spalla le critiche feroci che arrivano dopo le sconfitte più pesanti, mette un punto e cerca di ripartire. Per dove? Forse non lo sa nemmeno lui, ché non è tipo da guardare troppo lontano. Ma se al suo box ha chiamato uno come Franco Davin, in fondo, significa che ci crede eccome. E quando il coach argentino dichiara che “Fabio non può sempre affidarsi all'intuizione, deve mettere ordine nel suo tennis, trovare stabilità”, indica una strada ben precisa che bisogna cercare di seguire.

L'obiettivo, in fondo, è non perdere troppo di quel gran potenziale che Fognini si porta in dote dalla nascita. Un talento così in Italia lo abbiamo visto raramente, ma se è vero che ci sono state tante occasioni nelle quali questo talento è andato sprecato, va ricordato che il ligure ha saputo cogliere risultati che per il tennis italiano non sono esattamente il pane quotidiano. A partire da quella posizione numero 13 nel ranking Atp che rappresenta il record di un nostro connazionale dai tempi di Panatta&co. I vari Camporese, Gaudenzi, Furlan, Seppi, si sono tutti fermati un po' più indietro, 18 o 19. E li abbiamo (giustamente) celebrati non come dei campioni assoluti, ma come quelli che stanno in seconda fila, a testa alta, in attesa che arrivi il momento buono per finire sotto i riflettori. Fognini ha interrotto un lungo digiuno di titoli Slam, seppure in doppio, vincendo gli Australian Open del 2015 insieme a Simone Bolelli. E ha pure vinto quattro tornei Atp, tra cui il 500 di Amburgo. Anche in questo caso, di italiani così negli ultimi 40 anni ce ne sono stati pochi. Per dire: è legittimo criticare se le prestazioni non sono all'altezza, ma quando lo facciamo ricordiamoci pure dei momenti positivi, che non sono stati pochi.

E il futuro? Il futuro quando si parla di Fognini è argomento delicato. Perché di mezzo non c'è soltanto l'aspetto legato allo sportivo, ma pure quello legato alla persona. Dunque al marito e prossimo padre. Flavia Pennetta, per lui, può essere una risorsa importante anche nel momento di entrare in campo, può dargli quella stabilità che Federer ha trovato con Mirka, che Nadal ha trovato con Xisca, la fidanzata di sempre. Mentre, sul versante agonistico, Davin è una certezza (“Siamo molto simili – ha detto Fabio – perché parliamo poco ma ci capiamo alla perfezione”) e gli obiettivi sono chiari: tornare, almeno, dove si è già stati, ossia a ridosso dei top 10. Fabio in fondo deve ancora compiere i 30 anni, che nel tennis di oggi, in particolare in quello di vertice, non sono certo tanti. Anzi, i 30 anni sono quelli della maturità, in ogni settore, sono quelli in cui si capisce davvero cosa vale un giocatore. Quanto vale Fognini lo sa lui, lo sanno un po' tutti. Ora si tratta di mostrarlo con continuità, mantenendo la testa alta come chi sa che ha dato tutto prima di arrendersi. E limitando il più possibile quelle giornate buie, in cui anche il tifoso più accanito vede emergere quel dubbio: è 'Doctor Fabio' o 'Mister Fognini'?