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L’ANNO DI CAMILA?

Pubblicato il 7 gennaio 2017

Toronto, novembre 2009: una ragazzina non ancora maggiorenne vince il 50 mila dollari canadese, e chi ha la fortuna di vederla all'opera capisce fin da quel momento che si tratta di un fenomeno raro. Potenza, ritmo, tempo sulla palla, velocità di braccio: come lei ce ne sono poche, in giro. Si tratta solo di capire quando saprà fare il salto verso le grandi. Ebbene, sono passati più di sette anni da quel giorno, e Camila Giorgi tra le top players non ci è ancora arrivata. Dove per top intendiamo le prime dieci della classifica mondiale, traguardo che per la marchigiana d'Argentina sembrava alla portata già da qualche tempo. Invece il best ranking dice numero 30, raggiunto nel 2015, mentre l'ultima stagione ha portato quasi solo delusioni, e una retrocessione di una cinquantina di posti che mina fiducia e morale.

Da dove ripartire, dunque? Da una semifinale, quella di Shenzhen: qui 'Cami' è tornata a mostrare almeno in parte il suo potenziale. Purtroppo, si sono rivisti pure quei passaggi a vuoto che tanto le sono costati nel corso del 2016: contro la Riske, per esempio, un black-out prolungato le è costato il primo set e ha compromesso il secondo, ugualmente ceduto al termine di una partita possibile. Del resto, di incontri impossibili per la Giorgi non ce ne sono. Se lo ricorda bene Maria Sharapova, sconfitta nel 2014 a Indian Wells in una giornata di grazia della marchigiana, con la russa costretta a partire in anticipo come un portiere sui calci di rigore, per tentare una risposta dignitosa alle bordate dell'azzurra. Di vittime illustri, peraltro, Camila ne ha già infilate molte: Errani, Pennetta e Vinci, per restare tra le connazionali, ma pure Azarenka, Bouchard, Bencic, Cibulkova, Radwanska, Wozniacki, Muguruza. Troppi indizi, perché non ne esca una prova concreta.

Ma allora dove sta il problema? Qual è la lacuna da colmare per far sì che tutto questo talento produca i risultati attesi? C'è chi, negli anni, ha indicato la guida tecnica (il padre Sergio) come responsabile del mancato salto di qualità. È innegabile che a far difetto sia ciò che forse è diventato il fattore determinante nel tennis moderno: la continuità. Prendiamo l'attuale numero 1 del mondo, Angelique Kerber: la mancina tedesca è arrivata in vetta senza mai impressionare davvero, senza avere colpi definitivi e senza quel carisma delle Williams, delle Sharapova e delle altre top. Ma contando su una soglia di resistenza, su una costanza di rendimento, che in poche altre occasioni si era vista in tempi recenti. Ecco qui, forse, il segreto per 'Cami': basterebbero meno exploit, se la ragazza marchigiana trovasse il modo di adottare un piano di emergenza nei casi in cui (e sono sempre in maggioranza durante la stagione) non tutto fila liscio.

Questo piano di emergenza invece proprio non c'è. E da qui arrivano giorni buoni e giorni meno buoni, dove persino chi le sta parecchio dietro in classifica può sperare di avere una chance, puntando sul fatto che sia lei, Camila, a fare e disfare la tela della partita. Lo scorso anno gli Australian Open la videro subito a contatto con la migliore, Serena Williams. Ma lei non ne uscì con le ossa rotte, tutt'altro: finì sì in due set, ma rimasti decisamente in bilico (6-4 7-5), prima che l'americana prendesse il volo verso la finale. Poi persa contro quella Kerber a cui la Giorgi aveva tolto un set solo due settimane prima. Il 2017 potrebbe essere davvero il suo anno, quello della maturità, dell'esplosione che sarebbe persino naturale. A patto che ogni tanto si tolga il piede dall'acceleratore, per evitare spiacevoli incidenti.