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TENNIS, AMOR Y PAZ

Pubblicato il 16 dicembre 2016

Tra i personaggi più popolari dell'anno, nel mondo del tennis, c'è lui: Pepe Imaz. Ma quanti davvero sanno chi è? Quanti conoscono la sua filosofia al di là dei titoli dei giornali che lo dipingono come un guru? Considerato che anche per il 2017 sarà nel team che seguirà Novak Djokovic durante la stagione, è il caso di conoscerlo un po' più da vicino. Partendo dalla sua vita da professionista, tutt'altro che trascurabile. Josè Imaz-Ruiz, detto Pepe, nasce a Logrono, Spagna, il 30 maggio 1974. E in carriera si arrampica fino alla posizione numero 146 del ranking Atp di singolare, l'11 maggio del 1998. Non male, per un regolarista tipico della scuola iberica, supportato da un po' di fantasia in più che ogni tanto poteva emergere, a compensare un fisico non così esplosivo. Tra le sue vittime, Arnaud Clement, Magnus Norman, Juan Carlos Ferrero, l'azzurro Omar Camporese, Lleyton Hewitt. Un paradiso tennistico solo sfiorato, in realtà, perché Pepe non è mai andato oltre il secondo turno di uno Slam, restando davvero poco nei tornei che contano.

Poi la strada dell'insegnamento, partendo dall'accademia di Puente Romano, Marbella. Da dove è nata quella scuola 'Amor y Paz' ormai divenuta popolare su scala mondiale dopo che Djokovic si è trasformato in un suo (involontario) testimonial. Definire quella di Imaz come la filosofia 'degli abbracci', come da più parti è stato fatto, sarebbe banale e riduttivo. E lo stesso 'Nole' lo ha fatto notare, invitando i media a non parlare di un guru, bensì di un suo collaboratore. Certo che si tratta di un collaboratore speciale, se i titoli dei suoi libri vanno da 'Competizione e amore possono viaggiare a braccetto' a 'L'altro cammino' e 'La grande verità'. Strilli ambiziosi per concetti che procedono sempre nella stessa direzione: deve prevalere il gioco sulla competizione, bisogna cercare la propria serenità e non l'affermazione a ogni costo. Detto così sembra piuttosto semplice, ma approfondire la lettura di una delle opere di Imaz è un esercizio non così banale. Dietro alla filosofia dell'amore e della pace applicata al tennis c'è un lavoro tutt'altro che rapido e semplice.

Il punto è che se Novak Djokovic si è affidato a lui, prima o dopo l'inizio della crisi poco importa, significa che il serbo – persona estremamente intelligente e colta, prima che grande sportivo – ha trovato in Pepe Imaz qualcosa che in precedenza non conosceva o non era riuscito a sviluppare. Trascinato dal fratello minore Marko, l'ex numero 1 del mondo ha iniziato un percorso che è sospeso a metà tra mental training e spiritualità, intesa in un senso molto ampio e che nulla ha a che fare con la religione. “La competizione non è null'altro che un gioco – spiega Imaz in uno dei suoi scritti – distorto dal virus dell'ego, che ci spinge a essere meglio degli altri, e dove gli altri sono nemici più che avversari”. Qualcuno potrà dubitare che questi concetti possano andare a comporre il bagaglio di una star planetaria, ottenendo risultati apprezzabili. Ma il tema è proprio questo: di quali risultati stiamo parlando? È evidente che Djokovic abbia bisogno prima di tutto di trovare serenità durante il lavoro quotidiano, quella che era andata persa ormai da tempo. Una serenità che forse lo potrebbe far tornare quel guascone degli esordi, quando era più preoccupato di far divertire la gente che di vincere. Se sarà un bene o un male per la sua carriera, è ancora troppo presto per dirlo.