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SECONDO COPIONE

Pubblicato il 17 novembre 2016

Le sorprese sono poche, il tema è ricorrente. Sempre loro, Djokovic e Murray, Murray e Djokovic, come da previsione. Le prime quattro giornate delle Atp Finals di Londra non hanno detto nulla che già non si sapesse in partenza: lo scozzese era e resta il favorito, il serbo paga alcune indecisioni ma non abbastanza da perdere le partite. Anche se lascia un set a Thiem, anche se non convince contro Raonic, rischiando qualcosa di troppo. Gli stessi rischi, che, peraltro, corre Murray contro Nishikori: tre ore e passa di match per avere ragione del giapponese, ma senza la garanzia della prima piazza nel girone. E gli altri? Vivono di lampi, di apparizioni fugaci. Una volta lo stesso Nishikori contro Wawrinka, una volta Stan contro Cilic, una volta Raonic, una volta Thiem. Ma è piuttosto evidente la voragine che si è creata tra i leader e il resto della truppa.

In tutto questo, interviene Toni Nadal, che elogia Murray ma lancia 'Nole': “Mi sembra normale – dice lo zio-coach di Rafa – che pure un campione paghi la tensione dopo tanto tempo passato al vertice senza mai avere cali. Ma credo che Djokovic nel complesso abbia qualcosa in più”. Tanto basta per scatenare il dibattito, come accade ogni volta che il buon Toni apre bocca. Perché le sue uscite non sono mai banali, le sue interviste non si possono scrivere prima, come invece succede per la maggior parte dei protagonisti dello sport. Il grande assente di queste Finals, insieme a Re Federer, è proprio Rafa, che però è molto lontano dall'ipotesi ventilata da più parti nella scorsa stagione, ossia quella di gettare la spugna. Toni lo sa bene, e forse per questo si permette di esternare senza alcuna difficoltà quel pensiero che è suo così come del nipote, stregato più di una volta dal tabù Djokovic. Tabù mentale, prima ancora che tecnico.

Mancano Rafa e Roger, in queste Finals. Perché di certo non manca il bel tennis, non mancano le giocate di classe, non manca la tensione di un evento in grado ormai di richiamare attenzione al di là del nome dei protagonisti. Ma senza di loro il pathos non è lo stesso. Senza di loro, le vittorie di Djokovic e Murray sono un po' meno pesanti, un po' meno impresse nella memoria di chi le guarda. Così la mente torna inevitabilmente agli anni passati e si mette a far paragoni, si mette a giocare coi sentimenti di chi nello spagnolo e nello svizzero ha trovato lo spunto decisivo per riaccendere una passione. Inutile dire chi saranno i due più attesi del nuovo anno, chi saranno quelli che i giornalisti e i tifosi prenderanno d'assalto una volta usciti dal campo. E paradossalmente sarà un bene per Djokovic e Murray, che dal canto loro potranno gestirsi la sfida di vertice con meno pressione.

Nel frattempo, mentre in questi giorni le Atp Finals emettono i loro primi verdetti, c'è un dato che emerge piuttosto chiaro. Il tennis ha bisogno, nel ricambio generazionale che verrà, di un carisma che troppi dei protagonisti di oggi non riescono a sprigionare. Nishikori e Cilic sono forti, fortissimi, ma non accendono i cuori, se non in patria. Lo stesso vale per Raonic, mentre Thiem potrebbe farlo ma forse fra qualche anno. E Wawrinka ci riesce soltanto a corrente alternata, ma intanto va tenuto stretto stretto perché vedere tanto talento concentrato non è cosa da tutti i giorni. La 'NextGen' è avvisata: non basterà vincere, non basterà avere talento. Per proseguire un periodo che ha fatto la storia, bisognerà portare sul campo da tennis un po' di teatro, un po' di contorno. La sfida è lanciata.