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COME SI DIVENTA NUMERI 1

Pubblicato il 5 novembre 2016

Andrew Barron Murray nasce a Glasgow, in Scozia, il 15 maggio del 1987, e dopo tre anni è già sul campo a prendere le prime lezioni di tennis con mamma Judy, insegnante e poi sempre al suo fianco nella carriera da pro. Nemmeno lei, probabilmente, avrebbe pensato di poter dare al figlio le basi per diventare, 29 anni e mezzo dopo, il più forte del pianeta, il primo britannico della storia a ottenere questo traguardo.

Sopravvissuto

Prima di diventare un progetto di star, Andy ebbe a che fare da molto vicino con il lato oscuro dell'esistenza. Quando il 13 marzo del 1996 un folle criminale entrò nella Primary School di Dunblane, lui e il fratello Jamie erano lì, ma riuscirono a scampare a una delle stragi più orrende che il Regno Unito abbia mai vissuto. Di quel giorno maledetto, Murray ha sempre parlato poco, dicendo di aver realizzato l'enormità della vicenda soltanto qualche anno più tardi. Un sopravvissuto, l'attuale re del tennis, che si è portato con sé negli anni a venire tutto ciò che i traumi così forti lasciano in coloro che li affrontano: una sensibilità d'animo non comune, ma pure la forza di chi non può più aver paura di nulla.

Come Fred Perry

Fred Perry non è soltanto l'imprenditore che i giovani dagli Anni Sessanta in poi hanno conosciuto per le sue linee di abbigliamento eleganti, ma è soprattutto colui che è rimasto nei discorsi sconsolati degli appassionati di tennis inglesi per oltre 70 anni. Per la precisione 77, dalla sua ultima vittoria a Wimbledon, datata 1936, a quando Andy Murray è riuscito a sfatare un tabù che pareva quasi una maledizione impossibile da capovolgere. Nella finale dei Championships del 2013, vinta ai danni di Djokovic, Andy non solo ha vinto per sé, ha vinto per un intero popolo che non ne poteva davvero più di aspettare. 79 anni, invece, sono serviti per rivincere la Davis, dal (solito) 1936 al 2015.

I coach

Mamma Judy, certo. Ma anche un'altra donna, Amélie Mauresmo, capace di fargli giocare un tennis più offensivo. E ancora, andando a ritroso nel tempo, Pato Alvarez ai tempi della Spagna, dove andò a soli 14 anni per imparare le virtù della pazienza e della regolarità, sviluppando quella capacità difensiva che oggi tutti temono. Fino ad arrivare al presente, a Jamie Delgado ma soprattutto a Ivan Lendl, coach-guru che dal 2012 al 2014, e poi di nuovo quest'anno, si è messo ai box per sviluppare al meglio le potenzialità di un cavallo di razza.

Wimbledon

È il suo torneo, quello che sta sempre in vetta ai desideri, ben più di un effimero numero 1 del ranking. L'erba del tempio è la superficie ideale per esaltare il talento dello scozzese, a segno in due occasioni (2013 e 2016), oltre ad aver raggiunto una finale e altre quattro semifinali. C'è poi un Wimbledon camuffato da Olimpiade, quello dei Giochi del 2012, finito ugualmente nella sua bacheca, particolarmente significativo perché lo sconfitto, quel giorno, fu un tal Roger Federer.

Difesa

Qui non servono numeri, non servono statistiche, per capire che si sta parlando di una componente fondamentale del gioco di Murray, quella che più di ogni altra lo ha aiutato ad approdare in vetta. Nessuno, nella storia recente del tennis, ha saputo concentrare resistenza e capacità di ribaltare situazioni di svantaggio come quella messa in mostra dal nuovo numero 1. Nemmeno il suo rivale Novak Djokovic, che ha qualche arma in più se parliamo di attacco, ma che in recupero perde la battaglia, seppur di poco. Si è detto spesso che oggi contano servizio e diritto, conta la pressione, ma Andy Murray è la dimostrazione che la vera arma sta nella capacità di incassare colpi senza finire mai, o quasi, al tappeto.

L'attesa

Di pari passo con la capacità di difendere, c'è la capacità di attendere. Attendere il momento giusto per evitare scelte affrettate, ma pure attendere il 'suo' momento in un'epoca di gente che ha riscritto la storia: da Federer a Nadal, passando per Djokovic. Murray è diventato numero 2 del mondo per la prima volta nel 2009, ma da molti è stato considerato come un eterno secondo, incapace di fare il grande salto verso la vetta, spesso a un passo ma mai troppo vicina. Almeno fino a quest'anno. Iniziato con il progetto Slam di Djokovic e poi cambiato radicalmente nel mezzo del cammino, con il serbo in affanno e un Murray mai così brillante. Dopo gli Us Open, il bilancio parla di diciannove partite vinte su altrettante giocate. La finale di Parigi, domani contro Isner, sarà quasi una formalità. In attesa delle Atp Finals, in attesa di nuovi obiettivi, da guardare sotto una prospettiva finalmente diversa.