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Lord Murray

Pubblicato il 10 luglio 2016

Il viceré è uno scozzese che, in tempi di Brexit e divisioni, riesce a unire l'intera Gran Bretagna. Andy Murray è padrone di Wimbledon per la seconda volta, e con il trionfo-bis ai Championships conferma di essere più che mai lui l'unico possibile anti-Djokovic. Quello che, se il serbo stecca, è pronto a prendere in consegna il ruolo di favorito. E a portarlo fino in fondo. Eppure contro Milos Raonic non era tutto già scritto. Bastava dare un occhio ai precedenti, per capirlo: tre sconfitte su nove match, due vittorie affatto semplici in sfide recenti, agli Australian Open e al Queen's. Ma forse proprio questo, proprio il fatto di conoscere bene la pericolosità del suo avversario, ha consentito a Murray di non avere pause, di entrare in campo concentrato e rimanere vigile fino alla conclusione.

 

Il canadese, con Riccardo Piatti ai box, Carlos Moya all'angolo e John McEnroe come 'insegnante di volèe', ha palesato nei tre parziali tutto il suo potenziale e tutti i suoi limiti. Il potenziale di uno spilungone di quasi due metri dal servizio bomba e dal diritto che fa male. I limiti di una difesa per nulla impeccabile e di una mano poco educata al gioco di fino. L'unica cosa che – accidenti – ci si porta dalla nascita e si può cambiare ben poco. Deve averlo pensato pure lui, Milos, sul primo punto del tie-break del secondo parziale: alle prese con una palla comoda in mezzo al campo, il 25enne canadese si è avventato con un rovescino in back spentosi miseramente in mezzo alla rete. E quel sorriso con cui è tornato a fondo campo denotava tutta la delusione per una partita – a quel punto – già segnata.

 

Perché Wimbledon è Wimbledon è premia ancora il talento, grazie al cielo. Malgrado l'erba 'battuta' rallentata, malgrado il gioco sia decisamente diverso anche soltanto da un decennio fa. Malgrado tutto, qui sopra conta saper toccare la palla con la sensibilità dei campioni di una volta. Quei campioni come Ivan Lendl, che a dire il vero non aveva nel tocco la sua arma (tanto che a Church Road non trionfò mai), ma che da coach è riuscito a consegnare a Murray quella sicurezza di cui aveva bisogno per sfondare. Ora la bacheca di Sir Andy si fa importante: tre Slam, con gli Us Open a completare il tris nel quale fanno bella mostra i due titoli londinesi. Uniti a un altro che, pur con l'etichetta a cinque cerchi, in realtà aveva come palcoscenico sempre il meraviglioso Centre Court.

 

Al termine di questo Wimbledon che riconcilia i britannici con la vittoria, dopo le delusioni calcistiche e i dubbi lasciati dal referendum più contestato della storia, resta un po' di amaro in bocca per uno spettacolo che c'è stato solo in parte. Perché quel ricambio generazionale di cui il tennis avrebbe bisogno, ancora non si vede. E bisogna che i giovani facciano in fretta, se vogliono evitare che gli ultimi anni dei Fab Four si trascinino talmente a lungo da lasciare in ricordo, oltre alle loro imprese, anche un pizzico di noia.