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DOTTOR LORENZI, TOCCA A LEI

Pubblicato il 4 marzo 2016

Quando vinse la sua prima partita davvero importante, nel 2010 al Foro Italico contro il rematore spagnolo Albert Montanes, Paolo Lorenzi respinse al mittente, con aria timida e un poco imbarazzata, le domande dei giornalisti a proposito di una possibile convocazione in Coppa Davis: “Non accadrà mai – disse – anche se io sono pronto per rispondere presente”. Sembrava un 'vecchietto' fuori moda già allora, il buon Paolo, nato a Roma per sbaglio e poi cresciuto a Siena. Invece sei anni dopo, allo scoccare delle 34 primavere, lo ritroviamo al numero tre del ranking tricolore, al numero 54 della classifica mondiale, e con un match di Davis da aprire, come primo singolarista dell'Italia di capitan Barazzutti. Sì perché il ct ha scelto proprio lui, e non Simone Bolelli, per cercare di cominciare nel migliore dei modi la sfida di Pesaro alla Svizzera, guidata nell'occasione da Marco Chiudinelli, pure lui 34enne.

Lorenzi, contradaiolo del Nicchio, avrebbe potuto fare molte cose nella vita, e probabilmente sarebbe diventato medico come il padre, se il tennis non avesse truccato le carte per lui. Lui che ci ha messo molto di quella caparbietà tipicamente toscana, per arrivare dove è adesso. Altrimenti non sarebbe andato avanti a lottare quando, a 27 anni, si ritrovava ancora fuori dai primi 200 al mondo, quando erano in pochissimi a credere nelle sue possibilità. Si diceva non avesse talento, si diceva non avesse il colpo definitivo per arrivare davvero a competere tra i migliori, i top 100 Atp. Erano d'accordo quasi tutti, i tecnici. Tranne il suo, Claudio Galoppini, che lo ha affiancato in questo percorso fino a raccogliere i frutti di tanto lavoro e tanti sacrifici.

Lavoro, sacrifici. Sudore e battaglie. Ma non solo. Perché in fondo, a ben guardare, anche in Lorenzi c'è del talento da (ri)scoprire. Quel talento che ti mette in condizione di provare a cambiare gioco fino ad arrivare a fare costantemente del serve&volley, campo minato per chi fino al giorno prima era più abituato a calpestare la linea di fondo. Un talento nascosto nel cervello, più che nel braccio, ma non per questo meno meritevole di attenzione. Paolo Lorenzi, il 're dei Challenger' (ne ha vinti 17 in carriera, ed è uno dei quattro giocatori ad aver sfondato il muro dei 300 match incamerati) merita questa e altre soddisfazioni. Ed è lui stesso a dire che “Sì, penso di proseguire ancora, almeno 3-4 anni”. Un esempio. Con lui, oggi a difendere i colori azzurri ci sarà Andreas Seppi, atteso dalla sfida a Henri Laaksonen, 23enne nato in Finlandia ma poi adottato dalla Confederazione, che ora punta su di lui come possibile ricambio di Federer e Wawrinka, magari in un futuro non proprio vicinissimo. Le classifiche dicono Italia, l'attitudine alla superficie pure. Ma è pur vero che la Davis è spesso storia a parte, e il rispetto verso l'avversario, soprattutto quando non ha nulla da perdere, deve restare la prima regola da seguire.