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FRED ANDY PERRY MURRAY

Pubblicato il 30 novembre 2015

Una volta in pensione, non gli resta che realizzare una marca d’abbigliamento per i futuri teenagers. Ecco qual è l’ultimo “ostacolo” per consacrare definitivamente Andy Murray nei sogni sportivi di molti sudditi di Sua Maestà con la racchetta in mano. Un desiderio che si potrà togliere a fine carriera, quando avrà abbandonato il circuito e vorrà scoprire cosa fare da grande lontano dai campi da tennis.

Nel frattempo Andy Murray è diventato Fred Andy Perry Murray, l’unione tra la leggenda di Stockport, vincitore di tre Wimbledon consecutivi e la Coppa Davis per la Gran Bretagna nel 1936, e il giovanotto di Dunblane, scozzese capace di far gioire tutta l’isola dopo 79 anni di digiuno. L’insalatiera torna nella patria del tennis dopo quasi un secolo di vita. Allora si chiamava International Lawn Tennis Challenge ed era una disputa quasi esclusiva tra gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Australia e la Francia. Dal primo anno di competizioni, ovvero il 1900, fino al 1975, anno di gloria della Svezia di Borg e Bengtson, le vittorie erano state divise tra le quattro nazioni prima menzionate. Il Regno Unito poteva vantare nove successi, due volte per quattro anni consecutivi (dal 1903 al 1906 e dal 1933 al 1936), ma era lontano dalla vittoria da quasi un secolo. Ci voleva Andy Murray per tornare tra i Grandi.

Così come Roger Federer ha portato la sua Svizzera in trionfo dodici mesi fa (con l’importante contributo di Stan Wawrinka), Andy si è caricato sulle spalle un paese, il fratellino compagno di doppio, e ha vinto quasi da solo la competizione. Battendo proprio le tre nazioni con più titoli: al primo turno un sofferto 3-2 a Glasgow contro gli USA, poi la Francia sull’erba inglese del Queens, infine ancora a Glasgow e con un altro 3-2 l’Australia di Tomic e Hewitt. L’ultimo ostacolo era rappresentato dal Belgio di David Goffin, attuale numero 16 del mondo, ma senza un valido compagno di doppio. Ostacolo che è durato solo una giornata, quella del venerdì. Poi è sceso in campo Andy e ha incamerato i tre punti della vittoria: nel singolare in tre set contro Demelmans, in doppio con il fratello Jamie il sabato, per concludere ancora in singolare con Goffin. Ed è stato il trionfo della Union Jack.

Murray ha vinto e ha riportato prestigio a una nazione che ha visto nascere e crescere questo sport. Andy si è preso un trionfo che era stato solo accarezzato dai suoi connazionali nel 1978 al Mission Hills Country Club di Rancho Mirage. In California, dopo decenni, la Gran Bretagna tornò a disputare la finale di Davis ma fu battuta da un giovane e già formidabile John McEnroe.

Andy non ha fallito e le sue affinità con Fred Perry continuano a scrivere pagine importanti nei libri di storia tennistica d’Oltremanica. Murray vinse gli US Open nel 2012, battendo in finale in cinque set Novak Djokovic, e divenne il primo british a vincere il Major nell’era Open. Poi l’agognato titolo ai Championships l’anno successivo, sempre battendo in finale Djokovic. Ora l’insalatiera dopo 79 anni di astinenza. Murray è stato bravo. Ha capito già a febbraio che era l’unico dei Fab Four al quale interessava la competizione di quest’anno. Non lo era Djokovic, impegnato nel suo progetto di Grande Slam; non lo erano Federer e Wawrinka, “sazi” del successo dello scorso anno a Lille; non lo erano gli spagnoli, relegati nel tabellone B. Un’occasione da non farsi scappare. Andy lo ha fatto da vero top player: score immacolato in singolare (8-0) così come in doppio (4-0). Si può pensare ad un uomo solo al comando ma in realtà il suo spirito di squadra (capitanata da Leon Smith, allenatore di Murray dai 5 agli 11 anni) è stato molto forte sebbene i punti decisivi siano arrivati dalla sua racchetta.

Murray corona un anno d’oro: finale a Melbourne, matrimonio con la sua amata Kim Sears, vittoria a Madrid sul rosso contro Rafa Nadal, annuncio di una futura paternità il prossimo febbraio, trionfo di Coppa Davis. Fred Perry, da lassù, applaude e gioisce con il suo degno erede.