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LA FAVOLA DI FLAVIA

Pubblicato il 13 settembre 2015

Walt Disney, che qui era di casa – sebbene sia nato a Chicago e abbia fatto fortuna nell’Ovest californiano – non avrebbe potuto scrivere una storia migliore. La favola di Flavia ha la dolcezza di Cenerentola, i sogni di Alice nel suo Paese delle Meraviglie, la tenacia di Semola-Re Artù e la forza del Re Leone.

Flavia ha coronato il sogno di ogni bimba che vuole fare da grande la tennista. Ha vinto una prova del Grande Slam, a New York, la città che non dorme mai, simbolo metropolitano dell’American Dream, il sogno a stelle e strisce inseguito da milioni di connazionali all’inizio del secolo scorso. Si è laureata campionessa vincendo una finale che aveva il sapore di una lotta (amichevole) in famiglia, contro la “sua” Roberta Vinci, compagna di tanti viaggi, tante sfide e tante emozioni durante la lunga carriera in giro per il mondo.

Flavia ha vinto e, con una coppa stretta fra le mani, dice addio allo sport che l’ha resa famosa, l’ha fatto diventare grande, l’ha fatta soffrire fisicamente e sentimentalmente (fu dolorosa la fine della relazione con l’ex numero uno spagnolo Carlos Moya, con cui fu legata per diversi anni e prossima alle nozze). Flavia, non meno di ventiquattro mesi fa, era sul punto di gettare la spugna. Troppo faticosa l’ultima operazione al polso e troppo lento il recupero. Forse era il caso di dire basta. Ma no, non così! Meglio dire basta con il trofeo di campionessa dell’Open degli Stati Uniti, quel trofeo vinto per sei volte da giocatrici come Chris Evert o Serena Williams.

Flavia si unisce a Francesca Schiavone nell’Olimpo del tennis italiano. Loro due sono le uniche giocatrici ad aver vinto un major in gonnella; la milanese cinque anni fa sotto la luce incantata della Tour Eiffel, Flavia da Brindisi tra i neon sfavillanti della Grande Mela. Flavia dice basta nel modo più bello, come avrebbe dovuto fare Sampras nel 2002. Ha tanti sogni ancora nel cassetto ma lontani da una borsa da gioco e una racchetta. Si sposerà con Fabio Fognini, con una voglia matta di mettere su famiglia. Lei stessa l’ha ripetuto più volte: “La mia vita è fantastica, cosa potrei chiedere di più”? Da oggi proprio nulla. Quel sogno da ragazzina, quando calcava i campi in terra rossa della Puglia con papà Oronzo, è diventato reale, tangibile. Vero.

L’Italia sognava una giornata così. Due amiche che non hanno smesso di esserlo nonostante il premio in palio fosse così prestigioso. L’abbraccio finale sotto rete, le lacrime condivise, l’attesa sulla panchina, una fianco all’altra, durante i preparativi della premiazione, lo sketch dell’assegno rubato, le interviste post-partita, tutto emanava una sensazione di piacevolezza. Il meglio del Made in Italy in gonnella trasmesso in mondovisione.

Alla favola di Flavia ha naturalmente partecipato Roberta Vinci. Non da strega cattiva o da sorella vendicativa ma da amica. Ha affrontato il match sapendo di essere leggermente sfavorita, sebbene poche ore prima si fosse concessa il lusso di battere la padrona di casa Serena Williams. Quella partita non vale un cognome scritto nell’albo d’oro del torneo ma è come se lo fosse. Ha giocato il suo tennis ma ha perso, sapendo che questa era la sua unica occasione per laurearsi campionessa di uno Slam. Ha perso nel punteggio, non nel sorriso. Quel sorriso abbandonato per mesi dopo il burrascoso match di febbraio di Fed Cup, perso a Genova con la sua chichis Sara Errani.

Alziamoci in piedi ad omaggiare Roberta: ha saputo soffrire, lottare, arrivare a cullare un sogno e accarezzare sulla guancia la sua amica per dirle brava. In un mondo colmo di antipatie ed invidie il suo atteggiamento dovrebbe essere d’esempio per molti, da campi di periferia ai palcoscenici lussuosi del World Tour. A Roma ci disse che quando smetterà vorrà fare l’allenatrice dei ragazzi. Con un’insegnante così l’educazione tennistica di molte generazioni sarà in salvo.

Flavia bacia il suo Fabio e dice addio. Finirà la stagione (Wuhan, Pechino e forse Singapore), poi il tennis giocato sarà solo un ricordo. Un ricordo dolcissimo, come la coppa che stringe fra le mani.