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SULLE ORME DI ASHE

Pubblicato il 3 luglio 2015

Troppo facile definirlo il Bob Marley della racchetta, ma con accento stile Merkel. Di Dustin Brown avevamo parlato qualche mese fa, ignari che potesse battere Rafael Nadal sul Centrale di Wimbledon nei primi giorni di luglio del 2015, ma consapevoli che il giamaicano naturalizzato tedesco fosse più che un giocatore stravagante.

Prima di parlare dei suoi dreadlocks che non taglia da diciannove anni, della sua infanzia a incordare racchette dentro un camper, è doveroso rendere merito al risultato sportivo. Ha battuto il maiorchino, che qui ha vinto in due occasioni (con cinque finali complessive), con un gioco d’altri tempi: una costante a rete con oltre 80 discese per la volèe, attacchi in controtempo, smorzate, insomma, nulla di ciò che siamo abituati a vedere nel circuito. Dustin è fatto così, dentro e fuori dal campo. Ha la sua personalità. L’esuberanza è importante quanto la preparazione di un rovescio incrociato.

Una sorpresa, ma fino a un certo punto, visto che l’erba è la superficie preferita del 30enne di Celle che già l’anno scorso ad Halle, sul verde, aveva battuto in due set facili l’ex-numero 1, apparso anche quest’anno un po’ debole di reattività sulla gambe sopra l’erba della Regina. Dustin ha fatto rivivere agli inglesi, anche solo per un match, la leggenda di Arthur Ashe, l’unico giocatore di colore ad aver vinto il singolare maschile a Wimbledon (1975), agli US Open e in Australia.

Non avevo mai giocato prima dora sul centrale di Wimbledon, in fondo non avevo nulla da perdere”. Una frase tanto semplice quanto efficace. Dustin non è entrato in campo da favorito ma ha giocato al massimo fin dal primo quindici, come faceva il suo idolo d’infanzia. E quell’idolo, per una volta, non risponde al nome di Roger Federer o di qualche altro campionissimo di questo sport. Il suo idolo parla russo e all’anagrafe di Mosca è stato registrato come Marat Michailovi? Safin, ex numero uno al mondo nel 2000, semifinalista qui nel 2008 quando fu battuto proprio dal maestro di Basilea.

Rafa lascia la Manica in anticipo, come gli succede da troppi anni a questa parte. Nel 2012 fu il ceco Lukas Rosol, numero 100 del mondo, ad eliminarlo in cinque set al secondo turno. Nel 2013 gli onori della ribalta andarono al belga Steve Darcis, uno sconosciuto, che estromise il mancino di Manacor alla prima partita del tabellone. Dodici mesi fa la sorpresa giunse dal diciannovenne australiano Nick Kyrgios. Ora è la volta di Brown.

Rafa, in conferenza stampa, lucido come sempre, ha prima ammesso i meriti del suo avversario e poi ha lanciato una bomba giornalistica: “Si seguimos así durante dos años más ya veremos qué pasa. Tradotto fuori dalle righe: gioco ancora due anni e poi tiro le somme, se mi sento competitivo continuerò altrimenti mi ritiro. Il brutto per Rafa, sconfitta a parte, è non sapere come tornare grande. Anche Roger Federer fu nella stessa situazione. La sua leggendaria carriera sembrava scendere piano piano come una pallina su un piano inclinato. Poi ci fu il cambio di tattica con l’arrivo di Edberg e una nuova gioventù all’attacco.

Rafa tornerà a pescare al caldo delle Baleari. Tra uno sgombro e l’altro capirà cosa fare del suo futuro. Dustin, il suo futuro, vuole continuare a viverlo sull’erba alta 8mm di Wimbledon.