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ALLA PENSIONE CI PENSO DOMANI

Pubblicato il 27 ottobre 2014

Sembra averci fatto il vizio: prima il record come debuttante “anziano”, poi quello della più lunga partita della storia nei tornei Challenger. Strano destino quello che lega la parabola sportiva di Victor Estrella Burgos, tennista di origini dominicane salito alla ribalta nei trafiletti “in basso a destra” delle riviste specializzate. 

Andiamo con ordine. Victor Estrella Burgos è il simbolo della volontà di ripartire. Nascere in Repubblica Dominicana e sognare di sfidare Federer già di per sé crea delle difficoltà per la quasi assenza di strutture e denari, lì dove Colombo sbarcò per la prima volta alla conquista del Nuovo Mondo. Dopo tanto soffrire e dopo milioni di palline colpite, il giocatore dal sorriso sempre stampato sul volto è entrato tra i primi cento del mondo. Già questo potrebbe essere un successo per uno sportivo abituato a condividere il campo da gioco con gli avversari nei tornei Futures o Challenger, ovvero lontano da riflettori, taccuini e telecamere.

Diventato professionista lo stesso anno in cui Federer vinse il suo primo Wimbledon, Victor non riesce a vincere match e collezionare punti importanti in classifica. Dopo soli quattro anni capisce che quel mondo non gli appartiene, forse per un’eccessiva sovrastima di se stesso o forse perché è troppo complicato, economicamente parlando, girare il circuito senza ottenere vittorie. Torna in patria e decide che la vita da maestro con un cestello di palline sotto i piedi sia la soluzione migliore. 

Ma dopo quattro anni torna sui suoi passi. Parte per la Florida, in un torneo minore che non ha nulla a che vedere con Key Biscane. Senza nulla, senza un punto in classifica, arriva fino alla finale, poi persa, contro un giovanissimo Ryan Sweeting. 
L’America come terra promessa: a Buffalo e Pittsburgh, città operaie che sembrano identificarsi con lui, alza i primi trofei e nel 2008 entra per la prima volta in un tabellone di un Master 1000 (a Cincinnati) dove perde al primo turno senza sfigurare. Ha pochi soldi, e non fa nulla per nasconderlo. Accorda poco la racchetta per non fare in modo che la tensione eccessiva possa rompere le corde, agli alberghi lussuosi con il frigobar preferisce l’ospitalità di un amico o di un conoscente.

L’anno scorso raggiunge la semifinale di Medellin in Colombia e vince a Quito il secondo titolo Challenger. Poi la crescita continua, lenta e razionale, deve fare i conti con le candeline sulla torta. Il mondo del tennis, adatto più a giovani dai fisici scultorei, si scontro con l’anagrafe di Victor. Ma quando una persona è testarda anche il sogno più nascosto si può colorare di realtà.

A New York, qualche mese fa, debutta con vittoria nello Slam della Grande Mela diventando il più vecchio giocatore-debuttante del circuito. Sarà Milos Raonic, al terzo turno, ad interrompere la favola magica dominicana. Grazie alle partite sul cemento americano e un 2014 di buoni risultati, Victor è riuscito a portare a casa circa 300.000 dollari, ovvero come l’intero guadagno della sua carriera fino al 2013.

Il suo motto? Semplice: “L’età non è nulla se non un semplice numero”.

Photo credit: lev radin / Shutterstock.com