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Piazza (vuota) Rossa

Pubblicato il 13 ottobre 2014

Hanno ospitato quest’anno i Giochi Olimpici invernali di Sochi seppure nella cittadina sul Mar Nero, in pieno febbraio, non sono mancate le giornate da venti gradi. Ospiteranno i Mondiali di calcio del 2018 e, ne siamo sicuri, vorranno arrivare molto più lontano del primo turno del girone come fecero nei recenti campionati brasiliani. Sono un popolo colto, raffinato(!?) e sportivo. 

La Russia vuole dominare nello scacchiere internazionale, nel bene e nel male. L’ego del Presidente Vladimir Putin è vasto come il territorio dell’ex impero di falce e martello, dalle rive del Baltico fino a Vladivostok. Vuole dominare in tutti i campi: dalla politica all’energia, dalla finanza allo sport. Ecco, ma che fine hanno fatto i fratelli di Marat Safin?

Soffermandoci solo sul tennis e lasciando ad altri le considerazioni sulla crisi ucraina. Cerchiamo di capire come si possa passare ad avere il numero uno al mondo in casa e ritrovarsi senza eredi. Anzi, due numeri uno. La storia infatti parte da Yevgeny Kafelnikov – nato a Sochi, guarda i casi della vita – vincitore di sei titoli dello Slam, due in singolare (Roland Garros 1996 e Australian Open 1999) e quattro in doppio. Due volte semifinalista ai New York, medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Sydney nel 2000 e per sei settimane il miglior tennista in circolazione. 

Soprannominato Kalashnikov (non proprio un gran bel nome da portarsi dietro) per la sua freddezza nei colpi da fondo, ha aperto la strada del tennis moderno a Marat Safin, il secondo russo a raggiungere la vetta ATP nel 2001.Come Kafelnikov ha vinto due Slam (US Open 2000 e Australian Open 2005) e si è trovato in casa una sorellina, Dinara, anche lei ai vertici della classifica WTA.

Nato tennisticamente nella scuola gestita dal padre, dove si allenavano anche Anna Kurnikova, Elena Dement'eva e Anastasija Myskina, emigrò a Valencia per seguire specifici allenamenti che in patria non erano possibili. Dotato di grande classe e potenza, aveva uno dei caratteri peggiori della storia (al confronto alcuni tennisti di adesso sembrano degli angioletti). Infortuni e mentalità non lo fecero rimanere ai vertici mondiali nonostante in tanti avessero scommesso su di lui.

Dopo il ritiro passò subito alla scrivania, diventando vicepresidente della Federazione. Ecco, il capitale umano che ha tra le mani Marat non è di prim’ordine. Nei primi cento ci sono solo quattro connazionali (Youzhny in 35ª posizione, poi Gabashvili, Tursunov e Kuznetsov nelle retrovie). Nikolay Davydenko ormai è a un passo dalla pensione dopo aver trainato la carretta per tanto tempo. Gli anni all’anagrafe segnano 33, a quasi dieci dal suo best ranking come numero 3 del mondo. 

La Federazione ha un evidente problema economico. Non riesce a trattenere e coltivare i giovani che spesso decidono di prendere la doppia nazionalità a gareggiare con paesi confinanti (vedi Kazakistan). Il vuoto tennistico è lampante, sia in campo maschile che in quello femminile, Sharapova a parte.

Cosa farà Vladimir per risollevare i destini dei suoi tennisti? Qualche rublo sarà messo anche in un terreno con una rete in mezzo? Speriamo proprio di sì.

Patrick Tuohy / Shutterstock.com