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Una finale da raccontare ai nipotini

Pubblicato il 7 luglio 2014

È stato come sedersi a un tavolino delle Langhe, regione vinicola d’eccellenza italiana appena entrata nel Patrimonio universale dell’umanità, e aprire una bottiglia di Barolo del 1990, una delle migliori annate di sempre. Ad ogni sorso, gustato con calma durante tre ore e 56 minuti, i profumi e gli aromi del vino si aprivano nella loro complessità, risvegliando in noi sensazioni uniche.

Il vino non può essere clonato, è impossibile. Ogni annata è differente per clima e raccolto. Ogni bottiglia, anche della stessa vendemmia, è un unicum di emozioni. Il tennis, quando raggiunge le vette più alte, è paragonabile a una bottiglia da mille e una notte. È stato così per la finale tra Novak Djokovic e Roger Federer dell’edizione 2014 di Wimbledon, incontro che ha incoronato per la seconda volta il serbo campione dell’erba (7º sigillo in assoluto in uno Slam) e regalato al ragazzo di Belgrado il ritorno al numero uno della classifica ATP, detronizzando lo spagnolo Rafa Nadal.

Come il Barolo ha bisogno di un buon raccolto e una buona maturazione così Djokovic e Federer hanno saputo farsi strada nel circuito con lavoro e impegno durante gli anni. Sono arrivati già alla piena maturazione tennistica, sia fisica che tecnica, con lo svizzero solo qualche anno più anziano. La partita di Londra – per Djokovic la sua miglior finale, anche meglio di quella da oltre sei ore disputata e vinta agli Australian Open contro il mancino di Manacor – è stata l’essenza di questo sport: due atleti stratosferici, un palcoscenico di prestigio, un pubblico competente e appassionato; emozioni snocciolate per tutti i cinque set, con qualità tecniche da manuale biblico. Quasi quattro ore di intensità pura hanno incollato al seggiolino (e allo schermo a casa) tutti gli appassionati della racchetta.

Nadal è grande, uno dei più grandi di questo sport. Non si possono vincere nove Roland Garros senza essere dei marziani. Ma la partita di ieri è stata qualcosa di più di un incontro di tennis. La BBC, l’emittente di casa, appena si sono spente le luci della finale, ha subito proposto ai telespettatori se l’incontro non fosse stato l’epilogo da sogno di tutti i tempi. L’emozione ha condizionato il risultato del sondaggio ma solo McEnroe vs Borg e Federer vs Sampras si sono avvicinati al risultato di ieri. Per chi c’era, è come aver assistito all’ultimo tocco di pennello di Picasso per il suo Les demoiselles d’Avignon oppure aver ascoltato l’ultima nota della Primavera di Antonio Vivaldi. 

Wimbledon è un sogno, per tutti i tennisti. Anche Sara Errani e Roberta Vinci aveva spesso cullato il desiderio di trionfare sull’erba di Sua Maestà. Quel sogno è diventato oggi realtà. Con la vittoria su Babos-Mladenovic le Cichis fanno sventola per la prima volta il tricolore per un torneo Senior (lo scorso anno Quinzi si aggiudicò il Junior, come fece Nargiso nel 1987). La tarantina e la bolognese hanno raggiunto il Career Grand Slam, impresa riuscita finora solo a cinque coppie di doppiste, molte delle quali della élite del tennis mondiale come le sorelle Williams e Martina Navratilova e Pam Shriver.

Più semplice (ma non senza sorpresa) il commento per il doppio maschile, con la vittoria del canadese Pospisil e l’americano Sock contro i favoriti gemelli Bryan, campioni uscenti e desiderosi di raggiungere il loro 99º titolo ATP e 16º Slam. Vista l’età (36 anni) potrebbe essere stata l’ultima occasione di vincere agli All EnglandLa finale più facile è stata quella femminile. Petra Kvitova, a distanza di tre anni dal primo successo, torna regina dopo la partita a senso unico contro la canadese Eugenie Bouchard. Nemmeno un’ora di gioco, quasi un record.

Photo credit: federtennis.it