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RACCHETTA, GIACCA E CRAVATTA

Pubblicato il 17 giugno 2014

Chi è Chris Kermode? Il direttore del torneo del Queen’s, recentemente vinto dal baby-Federer (all’anagrafe Grigor Dimitrov) e ricco antipasto di Wimbledon al via la prossima settimana, è diventato qualche mese fa il numero uno ATP. 

Come Joseph Blatter per il calcio (FIFA) o Jean Tods per la Formula1 (FIA) è il massimo rappresentante internazionale del mondo della racchetta. Primo presidente europeo dal 1990, dopo le nomine di Mark Miles (americano), Etienne de Villiers (sudafricano), Adam Helfant (americano) e Brad Drewett (australiano), morto lo scorso maggio combattendo una vana lotta contro il tumore.

Ex tennista di seconda fascia, con un best ranking in singolare al numero 141 del mondo durante gli anni ’80, quelli del favoloso mondo McEnroe-Lendl-Becker-Edberg, Kermode è cresciuto come direttore generale proprio nel secondo torneo londinese sull’erba dopo aver rimesso la racchetta in borsa. Il Queen’s, anche grazie a lui, l’anno prossimo acquisirà lo status di ATP 500. 

Britannico, è stato anche il numero uno dell’ATP Finals della City, definite il “Super Bowl del tennis”. È un contabile, nel senso stretto del termine, ma anche un grande uomo di sport. Per ricoprire la poltrona più importante ha superato la concorrenza di Paul Young, capo della divisione americana dell'ATP, di David Shoemaker, con un passato nella WTA e nell'NBA, e di Steve Simon, direttore del torneo di Indian Wells. 

Forse non è un caso. La Vecchia e tanto criticata Europa in questo momento domina le classifiche: dei primi dieci giocatori al mondo al maschile solo Juan Martin del Potro (Argentina) e Milos Raonic (canadese ma con origini macedoni) non sono nati nei confini continentali. Gli Stati Uniti, il gigante buono che ha regnato per anni ai vertici, può solo esprimere Isner numero 11 – e senza grandi possibilità di arrivare tra i primi quattro – mentre il migliore australiano è il 33enne Lleyton Hewitt alla casellina n.46. Un segno dei tempi.

Kermone, molto stimato dai giocatori (il benvenuto di Federer era più che una nota formale del presidente del Player Council così come le congratulazioni del connazionale Andy Murray) è un uomo a 360 gradi. Aspira a stringere un forte legame con i protagonisti che scendono sul terreno di gioco così come con i direttori dei tornei, ruolo da lui ricoperto egregiamente. Senza dimenticare il peso degli sponsor nelle scelte della sua gestione.

Già, perché negli anni della grande crisi (finanziaria e sociale) il tennis va a gonfie vele sebbene non sia tutto oro quello che luccica. Dietro le grandi star ci sono decine di buoni giocatori costretti a fare salti mortali, economicamente parlando, per competere. E quindi per crescere.
Il “gioco” è molto semplice: senza denari non si gira il mondo, non si affrontano i tornei più prestigiosi (e con i montepremi più alti) e non si battaglia con i migliori. Kermone questo lo sa bene.

Durante il suo mandato – in carica per tre anni – vorrà intervenire con più forza su due leve: riequilibrare il prize money tra i super tornei e dare qualche ritocco al calendario, con Roma sull’attenti per una promozione a mini-Slam, ma anche sulla destinazione delle Finals dopo l’accordo del 2015 con Londra.

Tanti dossier sul tavolo. Tanta voglia di cambiare, senza stravolgere
È la nuova politica del numero uno ATP.