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IL GIOVANE DRAGO E IL SAGGIO DALLA BARBA BIANCA

Pubblicato il 17 maggio 2014

Si può parlare di scontro generazionale quando si affrontano un ragazzo del 1987 e uno del 1990?
Anagraficamente sarebbe un errore grave perché 36 mesi sono una distanza minima, in realtà la sfida di oggi tra Novak Djokovic e Milos Raonic rappresentava tutto questo.
In un Centrale ancora ubriaco di gioia per la storica finale raggiunta da Sara Errani su Jelena Jankovic, abbiamo assistito a una battaglia agonistica, tennistica e dinamitarda. Il responsabile numero uno di questo show è sicuramente il gigante canadese nato in Montenegro.
Il perché è presto detto: durante il primo set la media battute – ripetiamo, la media battute – è stata di 218 km/h. Una potenza di fuoco, sul rosso, che non ha quasi mai dato scampo all'ex numero uno al mondo.

Raonic, sempre con il suo passeggiare quasi ingobbito, non solo ha sparato servizi degni del miglior Ivanisevic o Krajicek ma anche un'invidiabile agilità a rete e una solidità di rovescio. Novak, profondamente colpito dal dramma del suo popolo per le alluvioni che stanno colpendo la Serbia, cercava quasi un miracolo per riuscire a strappare, almeno per una volta, la battuta al ragazzo allenato dall'italiano Piatti.

Miracolo che si è avverato dopo qualche gioco della seconda partita, permettendo al ventiseienne di Belgrado di togliersi un peso. Era riuscito a trovare il modo di colpire il Drago nel punto più dolente, come succede nei videogiochi quando scovate il tallone d'Achille dell'avversario.
Una gioia effimera perché, durante il turno di battuta successivo, il giovane Drago presentava il conto, strappando a sua volta il servizio a Nole.

E così, dopo aver chiuso il primo set al tie-break, il secondo volgeva allo stesso copione, ma a parti invertite. Il pubblico, sempre educato e rispettoso, era un'enclave serba sotto Monte Mario, pronta a godersi il gran finale del terzo parziale.
Il Drago sputa palline a 200km/h perdeva un po' del suo brio e l'esperienza del ventiseienne prendeva il sopravvento.
Novak, con sei Slam all'attivo e il sogno di conquistare il Roland Garros, ultimo trofeo che manca in bacheca, ha portato "a scuola" Milos. Non ha più sbagliato una palla importante e si è meritato il diritto di giocare la finalissima di domani.

?Sarebbe però erroneo parlare di Milos come un lancia granate e basta. Ha potenzialità enormi e lo abbiamo visto lavorare molto sui fondamentali su una superficie che non era la sua. Dovrà incamerare un po' di saggezza, ma per quella c'è tempo. Novak, con la sua barba bianca (ipotetica), si giocherà un nuovo Master 1000 sotto il Cupolone.