blog
home / BLOG / CAPPELLINO E BAZOOKA

CAPPELLINO E BAZOOKA

Pubblicato il 16 aprile 2014

Il Nebraska è famoso nel mondo per tre cose: essere la patria di Warren Buffett, uno degli uomini finanziari più influenti e anziani del pianeta, chiama il Guru di Omaha, come la città capoluogo della contea di Douglas, capace di spostare milioni di dollari e di azioni di Wall Street con un semplice sospiro; aver dato i natali a un certo Marlon Brando, star leggendaria del grande schermo, vincitore di due Oscar del cinema con Fronte del porto e Il padrino oltre che protagonista di pellicole come Ultimo tango a Parigi o Missione in Oriente; Nebraska è anche la patria dell’ultima star americana con la racchetta, Andrew Stephen "Andy" Roddick.

“Dal Nebraska alla cima dell’Everest”, come il titolo del libro scritto da Marco Di Nardo, è il racconto del giovane Andy, dalle prime tappe in terra natale fino alle vette della classifica maschile, raggiungta e mantenuta per tredici settimane tra il novembre del 2003 e il febbraio del 2004.

In carriera vanta 32 titoli, tra cui spicca ovviamente lo Slam di casa dell’US Open del 2003 quando riuscì a sconfiggere in finale lo spagnolo Juan Carlos Ferrero. Non ebbe invece fortuna sull’erba di Sua Maestà a Londra: arrivò all’atto conclusivo in tre occasioni (2004/5/9) ma non riuscì mai ad alzare il prestigioso premio. “Colpa” dello svizzero Roger Federer, sua vera bestia nera sotto le nuvole della City. L’ultima finale, quella del 2009, fu una delle più belle ma anche delle più dolorose per l’uomo di Omaha. Il campione di Basilea riuscì ad imporsi solo al quinto set e con il punteggio di 16-14. 

Dotato di un servizio potentissimo oltre che di una precisione chirurgica, il suo vero marchio di fabbrica (cappellino a parte), è stato il secondo più giovane giocatore statunitense dopo John McEnroe, ed il quarto di sempre dopo Lleyton Hewitt, Marat Safin e lo stesso McEnroe, a diventare numero 1 del ranking ATP, all'età di 21 anni.

Il suo bolide lanciato nel settembre 2004 contro Vladimir Vol?kov nella semifinale di Coppa Davis Stati Uniti-Bielorussia è stato il servizio più forte del tennis per oltre 7 anni. Un missile a 249,5 km/h, come una Ferrari sul rettilineo di Monza, tanto per intenderci. Dopo campioni quali Ivan Lendl e la sua bestia nera SirRoger Federer, Roddick ha vinto almeno un torneo ogni anno per dodici stagioni consecutive, dal 2001 al 2012.

Estroverso e determinato, è sempre stato apprezzato nel circus della racchetta, sia tra i suoi colleghi che tra gli addetti ai lavori. Non era stilisticamente il migliore presente sul rettangolo di gioco ma il suo servizio stratosferico e il suo diritto gli hanno permesso di raggiungere l’Olimpo dei grandi, lui che da piccolo ha avuto non pochi problemi per allenarsi.

Sfiorò quasi la rissa con Nole Djokovic dopo i quarti di finale del 2008. Al rientro negli spogliatoi dopo l’incontro, i due atleti furono a un passo dal “prendersi a pugni” (parole testuali di Roddick). Colpa di alcune parole dette con troppo ironia da Andy in conferenza stampa – un chiaro riferimento alle presunte scene di infortunio di Nole nella precedente partita con Robredo – oppure alla classica tensione post-partita. I volti dei due giocatori non vennero scalfiti dai pugni solo grazie all’intervento degli steward. Dopo una doccia ghiacciata chiarirono parole e gesti.

Da dieci anni l’America non è più al vertice del tennis mondiale. L’ultimo eroe con la racchetta aveva il cappellino in testa, un braccio bionico e un sorriso del Nebraska.

Photo credit: Amp / Shutterstock.com