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L’AVVERSARIO SENZA VOLTO

Pubblicato il 24 settembre 2013

“Scalare non serve a conquistare le montagne; le montagne restano immobili, siamo noi che dopo un'avventura non siamo più gli stessi”. Royal Robbins è uno dei padri dell’arrampicata moderna, tra i primi capace di scalare le pareti più difficili del Parco Nazionale di Yosemite, nella Sierra Nevada degli Stati Uniti.

La frase potrebbe racchiudere con estrema semplicità la stagione agonistica 2013 di Sara Errani. La ragazza nativa di Bologna, solo dodici mesi fa, stupiva il circuito e gli appassionati della racchetta con una lunga serie di vittorie, sia in doppio, con la sua amata Roberta Vinci, che in singolare. Nella primavera del 2012 arrivò in finale a Parigi ma dovette cedere il palcoscenico sotto la Tour Eiffel a Maria Tiffany Sharapova.

Curiosamente, ancora Parigi rappresenta l’unico apice della stagione della piccola tennista italiana. Dopo aver perso malamente al primo turno in Australia nel primo Slam dell’anno (mitigato dalla vittoria in finale di doppio con la Vinci), Sara è giunta fino alle semifinali della terra rossa francese per poi imbattersi nel ciclone Serena Williams: meno di un’ora di gioco per un perentorio 6-0, 6-1 da parte dell’americana.

Anche gli altri due mayor non hanno portato fortuna: fuori sull’erba inglese al primo turno contro Monica Puig, fuori sul cemento a stelle e strisce dalla brindisina Flavia Pennetta. Proprio in quell’occasione Sara ha confessato, senza filtri, la sua debolezza: “Non riesco a giocare, la pressione mi sta travolgendo”.

La pressione e le aspettative possono essere il nemico più difficile da battere. Un avversario che non ti stringe la mano prima dell’incontro e non viene a rete per salutarti alla fine; un avversario che non puoi battere con un passante né tantomeno con un ace. Il nemico è dentro i propri muscoli, dentro la propria testa

Premessa d’obbligo: Sara non si è montata la testa, non ha fatto della notorietà e della fama la sua leva per feste mondane o distrazioni extra-sportive. Sara sta solo accusando il peso del numero accanto al proprio cognome. La ricordiamo bene nel suo abito viola tra le otto reginette della stagione lo scorso anno a Istanbul. Era quasi imbarazzata davanti a tutti quei flash. Aveva chiuso l’anno al 6º posto mondiale con 55 vittorie e 22 sconfitte in singolare. Oltre alla finale di Parigi, nella bacheca dei ricordi poteva essere inserita la semifinale degli US Open contro (toh, che caso…) Serena Williams.

Sara ha bisogno di lasciare andare la propria mente, arrabbiarsi per una sconfitta ma sapendo di aver dato il 100% in campo. Lottare su ogni pallina per ogni punto, ogni scambio, ogni game. Ha le capacità, e lo ha dimostrato bene, di poter rimanere tra le grandi della racchetta. A Rimini, durante il primo turno di Fed Cup di febbraio, tanti tifosi erano giunti dalla “sua” Emilia per sostenerla, incitarla, dedicarle un sorriso o un applauso. Sul campo, però, Sara era tesa come una corda di violino. Non sapeva approfittare dell’energia degli spalti perché la sua mente era rivolta alle aspettative, all’avversario che non si vede.

Le grandi giocatrici possono cadere ma devono avere la forza di rialzarsi. E Sara saprà rialzarsi.

Photo credits: Mai Techaphan / Shutterstock.com